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Mpox (vaiolo delle scimmie): cos’è, come si trasmette, sintomi, cure e vaccino

Mpox (vaiolo delle scimmie): cos’è, come si trasmette, sintomi, cure e vaccino
Photo by Towfiqu barbhuiya – Pexels
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L’mpox, precedentemente conosciuto come vaiolo delle scimmie, è una malattia infettiva virale causata da un Orthopoxvirus appartenente alla stessa famiglia del virus responsabile del vaiolo umano. Negli ultimi anni l’attenzione delle autorità sanitarie si è concentrata soprattutto sulla capacità di alcuni ceppi del virus di diffondersi efficacemente da persona a persona, anche attraverso contatti sessuali.

Mpox (vaiolo delle scimmie): cos’è, come si trasmette, sintomi, cure e vaccino
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L’mpox è una malattia causata dal monkeypox virus (MPXV), un virus a DNA a doppio filamento appartenente al genere Orthopoxvirus, lo stesso che comprende il virus Variola, responsabile del vaiolo umano.

Il vaiolo è stato dichiarato eradicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1980, al termine di una lunga campagna internazionale di vaccinazione. Sebbene appartengano alla stessa famiglia, vaiolo e mpox sono malattie differenti e l’mpox presenta generalmente una gravità inferiore rispetto al vaiolo.

L’infezione è una zoonosi, cioè una malattia che può essere trasmessa dagli animali all’essere umano. La denominazione storica “vaiolo delle scimmie” deriva dall’identificazione del virus, avvenuta per la prima volta nel 1958 in alcune scimmie utilizzate a scopo di ricerca in un laboratorio danese.

Nonostante il nome, le scimmie non sono considerate il principale serbatoio naturale del virus. Quest’ultimo non è ancora stato identificato con certezza, ma diversi piccoli mammiferi e roditori potrebbero avere un ruolo importante nella circolazione del virus in natura.

Mpox: i principali cladi del virus

Il monkeypox virus viene tradizionalmente suddiviso in due grandi gruppi genetici, o cladi: Clade I e Clade II, all’interno dei quali sono state successivamente identificate ulteriori ramificazioni.

Il Clade I, storicamente diffuso soprattutto nell’Africa centrale, è stato associato a forme di malattia mediamente più severe rispetto al Clade II. In alcuni focolai storici sono stati osservati tassi di letalità elevati, anche se la percentuale varia considerevolmente in funzione dell’epidemia, dell’età dei pazienti, delle condizioni sanitarie e della possibilità di accedere alle cure.

Il Clade II, storicamente presente soprattutto nell’Africa occidentale, è invece associato in genere a una mortalità inferiore. Un sottotipo appartenente a questo gruppo, il Clade IIb, è stato responsabile dell’epidemia internazionale iniziata nel 2022.

Particolare attenzione è stata rivolta anche al Clade Ib, identificato nel contesto dell’epidemia verificatasi nella Repubblica Democratica del Congo e caratterizzato da una significativa trasmissione interumana, compresa quella associata a contatti sessuali.

Come si trasmette l’mpox?

Il virus può essere trasmesso sia dagli animali all’uomo sia direttamente tra esseri umani.

Trasmissione dagli animali all’uomo

Nelle aree in cui il virus circola negli animali, il contagio può verificarsi attraverso morsi o graffi oppure mediante il contatto con sangue, fluidi corporei, lesioni o tessuti di animali infetti.

La manipolazione di animali selvatici malati o morti e, in determinate circostanze, il contatto con carne contaminata possono quindi rappresentare possibili fonti di infezione.

Trasmissione da persona a persona

Tra esseri umani il contagio avviene soprattutto attraverso un contatto fisico stretto con una persona infetta. Le lesioni della pelle e delle mucose costituiscono un’importante fonte di trasmissione.

Il virus può inoltre diffondersi attraverso materiali contaminati, come lenzuola, asciugamani, indumenti e altri oggetti entrati in contatto con le lesioni o i fluidi corporei.

Il contatto intimo e sessuale ha avuto un ruolo particolarmente importante nelle epidemie degli ultimi anni. Non è però corretto considerare l’mpox esclusivamente un’infezione sessualmente trasmissibile: il contagio è legato soprattutto allo stretto contatto fisico durante l’attività sessuale e può verificarsi anche in altri contesti.

È possibile inoltre una trasmissione durante la gravidanza dalla madre al feto.

Una corretta igiene delle mani e la pulizia degli oggetti e dei tessuti potenzialmente contaminati contribuiscono a diminuire il rischio di trasmissione.

Mpox: le principali tappe della sua diffusione

Il primo caso umano conosciuto di mpox venne identificato nel 1970 nella Repubblica Democratica del Congo.

Nel 2003 si verificò negli Stati Uniti il primo focolaio documentato al di fuori delle aree africane in cui il virus era tradizionalmente presente. L’episodio fu collegato all’importazione di piccoli mammiferi provenienti dal Ghana.

Nel 2017 la Nigeria registrò un’importante epidemia, con centinaia di casi sospetti.

Una svolta arrivò nel 2022, quando numerosi casi di mpox appartenenti al Clade IIb furono individuati contemporaneamente in diversi Paesi nei quali la malattia non era endemica, compresi numerosi Stati europei e gli Stati Uniti.

Il 23 luglio 2022 l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò l’epidemia un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale. Con la successiva diminuzione dei casi, l’11 maggio 2023 l’OMS dichiarò conclusa quella specifica emergenza internazionale.

La circolazione del virus, tuttavia, non si arrestò.

Tra il 2023 e il 2024 destò particolare preoccupazione la situazione nella Repubblica Democratica del Congo. Nell’area di Kamituga fu individuata una significativa diffusione di Clade I, con evidenze di trasmissione attraverso contatti sessuali.

Durante il 2024 casi di Clade Ib furono successivamente individuati anche in altri Paesi africani, compresi Burundi, Kenya, Ruanda e Uganda.

Il 14 agosto 2024, di fronte alla crescita dei casi in diversi Paesi africani e al rischio di un’ulteriore diffusione internazionale, l’OMS dichiarò nuovamente l’mpox un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.

Il giorno successivo la Svezia segnalò un caso di Clade I in una persona che aveva soggiornato in un’area africana interessata dall’epidemia. Pochi giorni più tardi un altro caso importato venne segnalato in Thailandia.

La situazione mise in evidenza la necessità di rafforzare diagnosi, sorveglianza epidemiologica e disponibilità dei vaccini, soprattutto nei Paesi con sistemi sanitari più fragili.

Quali sono i sintomi dell’mpox?

Il periodo di incubazione dell’mpox può variare e i sintomi non si manifestano necessariamente nello stesso modo in tutte le persone.

Tra i disturbi che possono comparire vi sono:

  • febbre;
  • mal di testa;
  • dolori muscolari;
  • stanchezza;
  • brividi;
  • mal di gola;
  • mal di schiena;
  • ingrossamento dei linfonodi.

Uno dei segni più caratteristici è la comparsa di lesioni cutanee o delle mucose. Le lesioni possono attraversare diverse fasi evolutive, trasformandosi da macule e papule in vescicole e pustole, fino alla formazione di croste.

Le eruzioni possono interessare diverse parti del corpo e, nei casi associati alla trasmissione durante rapporti sessuali, possono essere localizzate anche nella regione genitale, anale o orale.

In molti pazienti la malattia guarisce spontaneamente nell’arco di alcune settimane. Durante questo periodo possono essere utilizzate terapie di supporto per controllare dolore, febbre e altri disturbi.

Alcune persone presentano tuttavia un rischio maggiore di sviluppare complicazioni. Tra queste rientrano, a seconda delle circostanze cliniche, persone fortemente immunodepresse, bambini molto piccoli e donne in gravidanza.

Tra le possibili complicanze sono state descritte infezioni batteriche secondarie, problemi respiratori, sepsi, encefalite e interessamento degli occhi, che nei casi più gravi può compromettere la vista.

Come si cura l’mpox?

Nella maggior parte dei casi il trattamento è principalmente sintomatico e di supporto. L’obiettivo è controllare il dolore e gli altri sintomi, mantenere una corretta idratazione e prevenire o trattare eventuali complicanze.

Per alcune persone con malattia grave o considerate particolarmente a rischio possono essere valutati specifici trattamenti antivirali.

Uno dei farmaci maggiormente studiati è tecovirimat, un antivirale sviluppato inizialmente contro il vaiolo e attivo nei confronti degli Orthopoxvirus.

Il farmaco interferisce con una proteina virale necessaria alla diffusione delle particelle virali dalle cellule infette. In Europa tecovirimat è stato autorizzato per il trattamento di alcune infezioni da Orthopoxvirus, compreso l’mpox.

L’effettivo impiego del medicinale deve comunque essere stabilito dai medici in funzione delle caratteristiche del paziente e della malattia.

Altri antivirali, come cidofovir e brincidofovir, sono stati presi in considerazione in particolari circostanze, ma presentano limitazioni e possibili effetti indesiderati. La ricerca continua a valutare quali strategie terapeutiche siano più efficaci contro le diverse forme di mpox.

Esiste un vaccino contro l’mpox?

Sì. La stretta parentela tra il virus dell’mpox e quello del vaiolo fa sì che alcuni vaccini antivaiolosi possano fornire protezione anche contro l’mpox.

In Italia la vaccinazione obbligatoria contro il vaiolo venne sospesa alla fine degli anni Settanta, dopo il successo della campagna internazionale che portò all’eradicazione della malattia.

In seguito all’epidemia internazionale del 2022 è stato impiegato contro l’mpox il vaccino MVA-BN, commercializzato nell’Unione Europea con il nome IMVANEX.

Si tratta di un vaccino di terza generazione basato sul Modified Vaccinia Ankara, una forma altamente attenuata del virus vaccinia.

La vaccinazione contro l’mpox non è generalmente prevista come vaccinazione di massa per tutta la popolazione. Le autorità sanitarie possono raccomandarla a persone con particolari fattori di rischio o dopo determinate esposizioni.

Lo schema vaccinale dipende anche da un’eventuale precedente vaccinazione contro il vaiolo. Per chi non è mai stato vaccinato sono generalmente previste due dosi, mentre in determinate situazioni può essere indicato uno schema differente.

Gli studi condotti durante e dopo l’epidemia internazionale del 2022 hanno fornito evidenze dell’efficacia della vaccinazione nel ridurre il rischio di mpox e, soprattutto, delle sue forme più severe. La durata della protezione e il livello di efficacia nei confronti dei diversi cladi continuano a essere oggetto di ricerca.

Mpox (vaiolo delle scimmie): cos’è, come si trasmette, sintomi, cure e vaccino
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Cosa fare se si è entrati in contatto con una persona positiva all’mpox?

In caso di contatto stretto con una persona a cui è stato diagnosticato l’mpox è opportuno rivolgersi al medico o ai servizi sanitari competenti, soprattutto se l’esposizione è stata significativa.

Dopo un’esposizione può essere necessario controllare attentamente la comparsa di eventuali sintomi nelle settimane successive, prestando particolare attenzione a eruzioni o lesioni cutanee, febbre, ingrossamento dei linfonodi, dolori muscolari e malessere generale.

In presenza di sintomi sospetti è consigliabile evitare contatti stretti con altre persone e contattare rapidamente un professionista sanitario, indicando anche l’avvenuta esposizione.

È inoltre opportuno evitare di condividere asciugamani, lenzuola, vestiti e altri oggetti personali che potrebbero essere contaminati.

Particolare cautela è raccomandata nei contatti con persone maggiormente vulnerabili alle complicanze della malattia.

In determinate circostanze può essere proposta anche una vaccinazione dopo l’esposizione. La possibilità, le tempistiche e le modalità devono essere valutate dai servizi sanitari.

Farmaci antivirali e antibiotici non devono invece essere assunti autonomamente: l’eventuale trattamento va deciso dal medico sulla base delle condizioni cliniche del paziente.