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Hantavirus: perchè i topi non sono l’unico pericolo per l’uomo

Hantavirus: perchè i topi non sono l’unico pericolo per l’uomo
Photo by Joshua J. Cotten – Unsplash
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Un caso in Argentina riaccende l’attenzione sull’hantavirus, un patogeno insidioso che può nascondersi in ambienti insospettabili e provocare forme gravi di malattia.

Hantavirus: perchè i topi non sono l’unico pericolo per l’uomo
Photo by Ricky Kharawala – Unsplash

Dai roditori agli ambienti polverosi, fino all’ipotesi di un coinvolgimento indiretto di uccelli necrofagi, il tema torna al centro del dibattito sanitario. Ecco cosa sapere, come si trasmette il virus e quali precauzioni adottare.

L’hantavirus non è un singolo virus, ma un gruppo di agenti patogeni accomunati dalla stessa famiglia. A renderlo pericoloso è soprattutto la sua capacità di diffondersi in contesti dove l’esposizione può sembrare banale: una cantina chiusa da tempo, un capanno abbandonato, una discarica, un ambiente pieno di polvere. Proprio per questo, quando si parla di prevenzione, la prudenza non è mai troppa. E il caso che ha coinvolto l’ornitologo Leo Schilperoord, morto in Argentina dopo aver visitato una discarica alla periferia di Ushuaia, ha riportato l’attenzione anche su dinamiche meno immediate.

Cos’è l’hantavirus e come si trasmette

Quando si parla di hantavirus, è utile partire da una precisazione: non si tratta di un solo virus, ma di più patogeni appartenenti alla famiglia delle hantaviridae. Il principale serbatoio naturale è rappresentato dai roditori selvatici, in particolare topi e ratti, che possono eliminare il virus attraverso urine, saliva e feci senza mostrare sintomi evidenti.

Il contagio umano avviene soprattutto per via respiratoria. In pratica, una persona può infettarsi inalando particelle contaminate disperse nell’aria, soprattutto in ambienti chiusi, poco ventilati o polverosi dove siano presenti escrementi di roditori infetti. Più raramente, la trasmissione può avvenire tramite morsi, graffi o contatto diretto con materiali contaminati.

Secondo il ministero della Salute, le infezioni da Hantavirus si manifestano principalmente in due forme: la febbre emorragica con sindrome renale (HFRS), più frequente in Europa e in Asia, e la sindrome polmonare da Hantavirus (HPS), diffusa soprattutto nelle Americhe e potenzialmente associata a una grave insufficienza respiratoria. È proprio questa varietà di manifestazioni a rendere il quadro clinico complesso e, in alcuni casi, molto serio.

A complicare ulteriormente la situazione c’è il periodo di incubazione, che può andare da 45 a 60 giorni. Un intervallo lungo, durante il quale una persona può apparire completamente sana pur avendo già contratto l’infezione. Ed è qui che il virus mostra uno dei suoi aspetti più insidiosi.

Il caso argentino e l’ipotesi degli uccelli necrofagi

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Photo by Mosharraf Hossain – Unsplash

Il recente episodio avvenuto in Argentina ha aperto un ulteriore interrogativo. L’ornitologo Leo Schilperoord, 70 anni, considerato paziente zero nel caso, aveva visitato insieme alla moglie, il 27 marzo scorso, una discarica alla periferia di Ushuaia. In quel luogo popolato da animali che si nutrono di carcasse, l’uomo avrebbe contratto il virus, sviluppando poi i sintomi fino al decesso, avvenuto l’11 aprile.

L’ipotesi più prudente resta quella di un contagio legato ai roditori presenti nell’area. Tuttavia, il contesto ha portato gli studiosi a valutare anche la possibile presenza di un ruolo indiretto da parte degli uccelli necrofagi, cioè quelle specie che si alimentano di carogne. Tra queste c’era anche il caracara gola bianca (Phalcoboenus albogularis), oggetto di interesse scientifico per Schilperoord.

Il caracara gola bianca è un rapace endemico della Patagonia meridionale, presente tra Argentina e Cile. Vive in ambienti aperti, come altopiani rocciosi, scogliere e steppe andine e sub-andine, dalla provincia di Santa Cruz fino alla Terra del Fuoco. Si tratta di una specie che si nutre sia di prede vive sia di carcasse animali, un tratto comune a molti uccelli necrofagi.

Questi volatili, spesso definiti “spazzini” della natura, hanno un ruolo ecologico essenziale: ripuliscono rapidamente l’ambiente dalle carcasse, contribuendo a limitare la diffusione di batteri e malattie. In Italia, ad esempio, sono presenti quattro specie di avvoltoi necrofagi: Grifone, Gipeto, Avvoltoio monaco e Capovaccaio. Anche loro svolgono una funzione importante negli ecosistemi, soprattutto in aree come Sardegna, Alpi e Appennini.

Va però chiarito un punto importante: al momento l’hantavirus non è considerato un virus in grado di infettare gli uccelli “domestici”. Come ha ricordato il virologo Roberto Burioni, “i virus mutano e possono diventare più contagiosi”. Un richiamo alla cautela, perché l’evoluzione virale resta un fattore da monitorare con attenzione.

Perché l’hantavirus preoccupa e come proteggersi

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Photo by Evan Demicoli – Unsplash

Ciò che rende l’hantavirus particolarmente temuto è la possibilità che alcune varianti evolvano rapidamente verso quadri clinici severi. All’inizio, i sintomi possono sembrare quelli di una comune influenza: febbre, dolori muscolari, mal di testa, nausea, vomito e stanchezza. Proprio per questo la diagnosi precoce non è semplice: il virus può passare inosservato nelle prime fasi, quando i disturbi sono vaghi e poco specifici.

Nelle forme polmonari, dopo alcuni giorni, possono comparire tosse, difficoltà respiratoria e accumulo di liquidi nei polmoni. In questi casi il decorso può diventare molto grave e la mortalità, nelle forme respiratorie più severe, può arrivare anche al 35-38%. Inoltre, non esiste una terapia antivirale specifica. Le cure sono quindi di supporto e mirano a stabilizzare il paziente, aiutare la respirazione e trattare eventuali complicanze renali o cardiovascolari.

Il tema della prevenzione, allora, diventa centrale. Come spiega Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’ospedale Galeazzi Sant’Ambrogio di Milano, bisogna prestare grande attenzione in tutti quei luoghi in cui i roditori possono aver lasciato tracce della loro presenza. “Dobbiamo fare molta attenzione, e cautelarci, se per qualsiasi motivo entrassimo in cantine, garage, solai, sottotetti, capanni degli attrezzi, fienili, casolari abbandonati o rustici rimasti chiusi per lungo tempo – spiega -. Così come dobbiamo stare attenti nell’entrare in aree in cui ci siano roditori: luoghi dove si notano escrementi, nidi o segni di rosicchiamento. Inoltre facciamo attenzione anche durante attività che sollevano polvere: evitiamo di spazzare o usare aspirapolvere in ambienti infestati, visto che il virus può essere inalato attraverso la polvere contaminata. Infine, quando ci troviamo in campeggi o alloggi rurali, specialmente in baite o capanne, dobbiamo assicurarci che cibo e rifiuti siano sigillati”.

Per ridurre il rischio di infezione, le regole fondamentali sono chiare: evitare il contatto con roditori e con le loro secrezioni, aerare bene i locali chiusi prima di pulirli, usare guanti e mascherine FFP2 o FFP3 durante le operazioni di pulizia in cantine, soffitte o magazzini, non spazzare a secco la polvere potenzialmente contaminata e inumidire le superfici prima di intervenire. Anche l’igiene quotidiana conta, così come il lavaggio frequente delle mani.

Infine, nei casi di epidemia o di sospetto contagio, la rapidità è decisiva. L’identificazione tempestiva dei casi, il loro isolamento, il monitoraggio dei contatti stretti e l’applicazione delle misure standard di prevenzione sono strumenti essenziali per contenere la diffusione del virus. Perché quando si parla di hantavirus, prevenire è davvero la prima forma di difesa.