Il linfoma di Hodgkin è un tumore del sistema linfatico raro ma oggi curabile in molti casi. Ecco come si manifesta, chi colpisce più spesso e quali trattamenti offre la medicina moderna.

Il linfoma di Hodgkin è una forma di tumore che interessa il sistema linfatico, una rete essenziale per la difesa dell’organismo. Nasce dai linfociti B, cellule del sangue presenti non solo nei linfonodi, ma anche in altri distretti fondamentali come milza, midollo osseo e tessuti linfatici diffusi. Proprio perché coinvolge strutture tanto importanti, questa malattia merita attenzione, ma anche una lettura aggiornata: oggi le possibilità di cura sono concrete e, in molti casi, molto alte. I sintomi, però, possono essere sfumati e facilmente confusi con quelli di disturbi più comuni. Come riconoscerlo, allora? E quali sono i segnali da non sottovalutare?
Dove nasce il linfoma di Hodgkin e perché si distingue dagli altri linfomi
Nella maggior parte dei casi, il linfoma di Hodgkin si sviluppa nei linfonodi, piccoli organi distribuiti soprattutto nella parte superiore del corpo e centrali nel funzionamento del sistema immunitario. Quando il corpo combatte un’infezione o una reazione infiammatoria, i linfonodi possono ingrossarsi: è un meccanismo normale, segno che le difese stanno lavorando. Nel caso del linfoma, però, la proliferazione cellulare segue una strada anomala e diventa tumorale. La malattia può comunque comparire in qualunque zona in cui sia presente tessuto linfatico, quindi non solo nel collo, ma anche nel torace, nell’addome e in altri distretti.
Il nome deriva da Thomas Hodgkin, il medico inglese che descrisse per la prima volta questa patologia nel 1832. La caratteristica che la distingue dagli altri linfomi, definiti non Hodgkin, è la presenza di cellule particolari e molto grandi, note come cellule di Reed-Sternberg e cellule di Hodgkin. In ambito clinico, il linfoma di Hodgkin viene suddiviso in due grandi categorie: il tipo classico, che rappresenta circa il 95% dei casi ed è ulteriormente articolato in quattro sottotipi, e quello a predominanza linfocitaria. Una distinzione importante, perché aiuta a orientare diagnosi e trattamento. Anche se il termine “linfoma” può spaventare, oggi la classificazione accurata è uno degli strumenti che permette ai medici di personalizzare meglio le cure.
Sintomi del linfoma di Hodgkin: segnali iniziali e campanelli d’allarme
Il primo segnale, nella maggior parte delle persone, è un ingrossamento dei linfonodi, soprattutto nella regione del collo. Tuttavia, non ogni linfonodo gonfio deve far pensare al peggio: nella grande maggioranza dei casi, infatti, si tratta di fenomeni benigni legati a infezioni o infiammazioni. Secondo i dati riportati, solo nel 15% circa dei casi l’ingrossamento è dovuto a un tumore, mentre oltre l’80% ha origine non cancerosa. È proprio qui che entra in gioco l’attenzione ai dettagli: un linfonodo aumentato di volume, se persiste o si accompagna ad altri sintomi, va sempre valutato dal medico.
Oltre al rigonfiamento dei linfonodi, il linfoma di Hodgkin può dare segnali più generali ma significativi. Tra i più frequenti ci sono febbre pomeridiana, sudorazioni notturne, perdita di peso non voluta e prurito diffuso. A questi si possono aggiungere stanchezza persistente e riduzione dell’appetito, sintomi che spesso vengono sottovalutati perché troppo generici. Eppure, quando si presentano insieme o per un periodo prolungato, meritano attenzione. Se la malattia interessa i linfonodi nel torace, e non quelli del collo, possono comparire anche tosse, dolore al petto e difficoltà respiratorie. Non è raro, in questi casi, che il quadro venga inizialmente confuso con problemi respiratori o infezioni stagionali. Ecco perché il tempismo nella valutazione clinica è così importante.

Chi è più esposto, come si diagnostica e quali cure sono disponibili
Il linfoma di Hodgkin è un tumore relativamente raro: colpisce circa 4 persone ogni 100mila abitanti. Le fasce d’età più esposte sono due, apparentemente lontane tra loro: i giovani tra i 20 e i 30 anni e gli adulti oltre i 60. Inoltre, gli uomini risultano più colpiti delle donne. In Italia, per esempio, su 2.150 nuove diagnosi registrate nel 2020, 1.220 riguardavano uomini e 930 donne. Non si tratta di una malattia ereditaria in senso stretto, anche se il contesto familiare può avere un peso limitato. Più rilevanti sembrano invece i fattori ambientali e socioeconomici: il linfoma è infatti più diffuso nei Paesi ad alto tenore di vita, come Nord Europa, Stati Uniti e Canada, rispetto ad alcune aree asiatiche.
La diagnosi si basa innanzitutto sulla biopsia del linfonodo, cioè sul prelievo di un frammento di tessuto da osservare al microscopio. È l’esame decisivo per confermare la presenza della malattia. Dopo la diagnosi istologica, si procede con la stadiazione, vale a dire con la valutazione dell’estensione del tumore nell’organismo. Questa fase è fondamentale perché consente di stabilire in quale stadio si trovi il linfoma e se siano presenti o meno certi sintomi, indicati con i suffissi A o B. In altre parole, non basta sapere che il linfoma c’è: bisogna capire quanto è diffuso e come sta agendo sul corpo.
Sul fronte terapeutico, le prospettive sono oggi incoraggianti. Le probabilità di guarigione sono elevate, soprattutto nei pazienti giovani, con percentuali che arrivano all’87% nelle pazienti e all’85% nei pazienti. Il trattamento standard prevede polichemioterapia e radioterapia. Il regime più noto è l’ABVD, sviluppato dal ricercatore italiano Gianni Bonadonna, ancora oggi un riferimento importante. Nei casi più avanzati, però, si ricorre a schemi più intensivi. La radioterapia viene spesso utilizzata come consolidamento, per eliminare eventuali residui di malattia, soprattutto nelle aree inizialmente più voluminose. Accanto alle terapie tradizionali, la ricerca ha introdotto farmaci mirati come il brentuximab-vedotin, un anticorpo monoclonale capace di riconoscere l’antigene CD30 sulle cellule malate e portare una tossina direttamente al bersaglio. Ci sono poi i checkpoint inhibitors, come nivolumab e pembrolizumab, che agiscono liberando la risposta dei linfociti T contro il tumore. Una svolta importante, soprattutto per i casi più complessi o resistenti ai trattamenti standard.
La prevenzione, purtroppo, non è ancora possibile in senso stretto: non sono stati individuati fattori di rischio specifici e modificabili. Questo però non significa restare passivi. Al contrario, davanti a sintomi sospetti, il consiglio è rivolgersi tempestivamente al medico ed evitare il fai-da-te. Una diagnosi precoce può fare davvero la differenza.

