Un recente studio italiano rivela come l’adozione tempestiva di misure per abbassare il colesterolo LDL possa ridurre significativamente il rischio di un secondo infarto. Questa strategia potrebbe anche generare enormi risparmi per il sistema sanitario nazionale.

Affrontare rapidamente il colesterolo LDL subito dopo un infarto riduce drasticamente il rischio di ulteriori complicanze. Questo è il messaggio chiave emerso da un’importante ricerca condotta dal professor Giuseppe Patti, Direttore della Cardiologia presso l’Ospedale Maggiore della Carità di Novara, e da Giuseppe Croce dell’Università LIUC di Castellanza. Lo studio sottolinea l’importanza di un trattamento immediato e intenso per diminuire di quattro volte il rischio di recidive nei primi 12 mesi post-infarto, un periodo critico per i pazienti. Oltre a migliorare le prospettive cliniche, questa metodologia rappresenta anche un’opportunità finanziaria per il servizio sanitario nazionale, con stime di risparmio che si aggirano intorno ai 34 milioni di euro annuali.

Un cambiamento di paradigma nella terapia post-infarto
La ricerca, condotta su 500 pazienti e pubblicata dal Centro di Ricerca in Economia e Management in Sanità (CREMS), ha rappresentato una svolta nella gestione delle terapie post-infarto. Due diversi approcci terapeutici sono stati comparati: un’intensificazione graduale contro un trattamento mirato e precoce a partire dal momento del ricovero. Inizialmente, i benefici sono stati limitati, ma con l’introduzione nel 2023 di un protocollo più aggressivo, i risultati sono stati impressionanti. “Abbiamo implementato un algoritmo clinico che ci ha permesso di intensificare immediatamente il trattamento durante la fase ospedaliera”, spiega il professor Patti, descrivendo l’inclusione di un nuovo protocollo che ha rivoluzionato la cura dei pazienti.
Impatti positivi sul sistema sanitario nazionale
I risultati non si sono limitati a ridurre gli eventi avversi, ma hanno anche migliorato l’efficienza del sistema sanitario. Con una diminuzione del 38% delle giornate passate in terapia intensiva e del 42% in unità coronarica, i pazienti hanno richiesto meno interventi urgenti e ricoveri invasivi. Questi risparmi sono significativi, e secondo il professor Croce, l’uso precoce degli anticorpi monoclonali anti-PCSK9 è stato determinante. La ricerca dimostra non solo il valore clinico ma anche il potenziale risparmio che potrebbe tradursi in 34 milioni di euro in meno ogni anno di spesa per il sistema sanitario nazionale, se applicato su scala.

