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Tumore al pancreas, la nuova terapia orale che può cambiare la prognosi

Tumore al pancreas, la nuova terapia orale che può cambiare la prognosi
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Daraxonrasib, una compressa quotidiana sperimentale, ha quasi raddoppiato la sopravvivenza mediana in uno studio di Fase 3. I risultati aprono scenari nuovi per uno dei tumori più difficili da trattare.

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Il tumore al pancreas è da sempre una delle sfide più complesse dell’oncologia. Aggressivo, spesso diagnosticato in fase avanzata e difficile da controllare con i trattamenti tradizionali, continua a mostrare tassi di sopravvivenza tra i più bassi in assoluto. Proprio per questo i dati arrivati da Revolution Medicines stanno attirando grande attenzione: il nuovo farmaco sperimentale daraxonrasib ha portato la sopravvivenza mediana da 6,7 a 13,2 mesi in uno studio clinico di Fase 3.

Si tratta di pazienti che avevano già visto progredire la malattia dopo altre terapie. Il beneficio osservato è quindi particolarmente rilevante: circa 6,5 mesi di vita in più e una riduzione del rischio di morte del 60% rispetto alla chemioterapia standard. Numeri che, nel contesto del tumore pancreatico, pesano moltissimo. Non sorprende che l’azienda abbia definito i risultati una possibile svolta.

Il farmaco, assunto per bocca una volta al giorno, ha raggiunto tutti gli endpoint principali e secondari dello studio. Un dettaglio non da poco, perché nei trial oncologici di Fase 3 questo tipo di successo non è affatto scontato. “Questi sono risultati drammatici, destinati a cambiare la pratica clinica, e ora il nostro obiettivo è portare rapidamente questa opzione ai pazienti che ne hanno urgente bisogno”, ha dichiarato l’amministratore delegato Mark Goldsmith.

Daraxonrasib: perché questo farmaco è diverso dalle terapie tradizionali

Per capire il peso di questi dati bisogna partire dalla natura stessa del tumore al pancreas. La sopravvivenza a cinque anni si ferma intorno al 13%, un valore che da solo racconta la gravità della malattia. Uno dei motivi principali è la presenza di mutazioni del gene RAS in circa il 90% dei casi. Si tratta di alterazioni che favoriscono la crescita tumorale e rendono il cancro più resistente ai trattamenti.

Daraxonrasib nasce proprio per colpire questo bersaglio. Finora, per molti pazienti, l’opzione più comune è stata la chemioterapia endovenosa citotossica, con effetti sistemici importanti e risultati spesso limitati. Il nuovo approccio, invece, è mirato e soprattutto orale. Una differenza che non riguarda solo la comodità d’uso, ma anche il modo in cui la terapia agisce sul tumore.

Secondo Goldsmith, i risultati sono “senza precedenti”. Il motivo è semplice: nei trial di Fase 3 dedicati a questo tipo di neoplasia, nessun farmaco era mai riuscito a superare il traguardo di un anno di sopravvivenza mediana. Qui, invece, il dato è salito ben oltre. È un segnale forte, che alimenta le speranze non solo dei ricercatori, ma anche dei medici che ogni giorno affrontano casi estremamente complessi.

L’effetto, in sostanza, è duplice. Da un lato migliora il controllo della malattia in pazienti già molto fragili; dall’altro apre la strada a una nuova strategia terapeutica fondata sul blocco di RAS, una delle alterazioni genetiche più difficili da affrontare in oncologia.

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La corsa all’approvazione e le parole degli oncologi

L’azienda ha già annunciato l’intenzione di presentare a breve la domanda di approvazione alla Food and Drug Administration. Per farlo utilizzerà un “Commissioner’s National Priority Voucher”, uno strumento che potrebbe accelerare in modo significativo l’iter di valutazione, riducendo i tempi a pochi mesi. Se la richiesta andrà a buon fine, l’indicazione iniziale riguarderà i pazienti già trattati, quindi in seconda linea.

Nel frattempo è in corso un altro studio di Fase 3 su persone appena diagnosticate. Un passaggio cruciale, perché l’efficacia in una fase più precoce della malattia potrebbe ampliare ancora di più il potenziale del farmaco. In oncologia, infatti, ogni linea di trattamento rappresenta un terreno diverso: anticipare l’intervento significa spesso ottenere risultati migliori.

Le reazioni della comunità medica sono state immediate. Per il professor Shubham Pant, oncologo del The University of Texas MD Anderson Cancer Center, questi risultati rappresentano una vera svolta: “Per i pazienti questi risultati sono davvero trasformativi”. Pant non ha partecipato solo come osservatore, ma ha seguito lo sviluppo del farmaco fin dalle fasi iniziali. E nelle sue parole si è percepito anche un coinvolgimento personale: “Oggi posso solo dire che sono grato. Vedere i pazienti in ambulatorio, anche oggi, mi fa dire solo questo: sono grato”.

Un altro elemento che ha contribuito a portare il farmaco sotto i riflettori è il caso di Ben Sasse, ex senatore statunitense, che in un’intervista al The New York Times ha raccontato la propria esperienza. Diagnosi arrivata alla fine del 2025 e una prognosi iniziale di pochi mesi: dopo l’inizio della terapia, ha riferito una riduzione del 76% delle masse tumorali. Ha però descritto anche effetti collaterali importanti, definendoli “come un’eruzione cutanea sul viso”. Durante l’intervista, il volto appariva effettivamente irritato e desquamato.

Effetti collaterali, prospettive future e impatto sul mercato

Come spesso accade nelle terapie oncologiche più promettenti, il quadro clinico non è privo di criticità. I dati disponibili indicano che la maggioranza dei pazienti sviluppa un rash cutaneo, mentre meno del 10% presenta forme gravi. In questi casi, la gestione può prevedere una sospensione temporanea della terapia oppure l’uso di antibiotici. Non si tratta quindi di un profilo di tollerabilità privo di problemi, ma di una situazione che, almeno secondo gli esperti, appare gestibile.

Pant ha sottolineato che negli ultimi anni la gestione di questi effetti è migliorata sensibilmente: “Negli ultimi tre anni stiamo diventando sempre più capaci di gestire questi effetti”. Anche l’azienda ha ribadito che il profilo di sicurezza emerso nello studio principale è controllabile e che non sono emerse nuove criticità rilevanti.

Dal punto di vista scientifico, il dato più interessante potrebbe però arrivare dopo. Andrew Aguirre del Dana-Farber Cancer Institute ha spiegato che il risultato rappresenta una base solida per nuove combinazioni terapeutiche. Il miglioramento ottenuto è stato definito “enorme”, e lo stesso Aguirre ha aggiunto: “È un motivo di ottimismo per tutto il settore. Colpire RAS in questi pazienti, e in altri contesti difficili, può portare benefici concreti”.

L’annuncio ha avuto effetti immediati anche sui mercati: il titolo di Revolution Medicines è salito di oltre il 30% in un solo giorno. Su base annua la crescita è stata del 274%, con una capitalizzazione superiore a 26 miliardi di dollari. Nonostante le ipotesi su possibili acquisizioni, l’azienda ha chiarito che la priorità assoluta resta l’approvazione e la successiva distribuzione del farmaco.

Per l’Italia, tuttavia, i tempi non sarebbero brevi. Anche in caso di via libera della FDA, serviranno il passaggio regolatorio europeo e poi i procedimenti nazionali legati ad accesso e rimborsabilità. In altre parole, l’arrivo nelle strutture italiane richiederà ancora tempo. Ma se i dati saranno confermati, daraxonrasib potrebbe segnare un cambio di passo in un’area della medicina dove, fino a oggi, le buone notizie sono state decisamente rare.