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Super El Niño e crisi climatica: in Europa il caldo ha già provocato 62 mila morti nel 2024

Super El Niño e crisi climatica: in Europa il caldo ha già provocato 62 mila morti nel 2024
Photo by Peyesces – Pixabay
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 Il nuovo rapporto Lancet Countdown Europe 2026 fotografa un continente sempre più esposto: aumentano i decessi legati alle alte temperature, si diffondono malattie infettive e cresce il peso del clima sulla salute dei più fragili. In Italia il quadro è già critico, tra ondate di calore, disuguaglianze e rischi sanitari in rapida evoluzione.

Super El Niño e crisi climatica: in Europa il caldo ha già provocato 62 mila morti nel 2024
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La prospettiva di un possibile “super El Niño” spaventa più del solito perché si inserisce in una realtà già compromessa dal riscaldamento globale. Non si tratterebbe, infatti, di un evento isolato capace di alterare soltanto piogge e temperature: arriverebbe su un pianeta che l’attività umana ha già reso più caldo, instabile e vulnerabile. Quando a un fenomeno naturale di grande portata si somma una crisi climatica cronica, le conseguenze possono diventare molto più gravi. A metterlo nero su bianco è il rapporto The Lancet Countdown 2026: Health and Climate Change in Europe, che descrive una situazione in cui il cambiamento climatico sta già incidendo sulla salute degli europei in modo diretto, diseguale e sempre più rapido.

I numeri offrono una fotografia difficile da ignorare: nel 2024, in Europa, i decessi attribuibili al caldo sono stati stimati in 62 mila. Un dato che da solo basta a raccontare la portata del problema. Ancora più allarmante è il fatto che il 99,6% delle aree monitorate abbia registrato, nell’ultimo decennio, un aumento della mortalità collegata alle alte temperature. Non si parla più di un rischio teorico, né di un orizzonte lontano: l’impatto è già in corso e colpisce in modo trasversale il continente.

Il caldo estremo non è più un’eccezione

Fino a qualche decennio fa, le allerte per caldo intenso erano episodi relativamente sporadici. Oggi, invece, stanno diventando parte della normalità. Il rapporto segnala un incremento del 318% degli allarmi giornalieri per ondate di calore: si è passati da una media di un allarme all’anno nel periodo 1991-2000 a 4,3 nel decennio 2015-2024. Una crescita che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. Il caldo estremo non è più un evento eccezionale, ma una presenza costante con cui sistemi sanitari, città e popolazioni devono fare i conti ogni estate.

“In tutta Europa, gli effetti del cambiamento climatico sulla salute si stanno intensificando più rapidamente di quanto la nostra risposta riesca a stare al passo”, avverte Joacim Rocklöv, condirettore del Lancet Countdown Europe e docente presso l’Università di Heidelberg. “L’aumento delle temperature, l’aggravarsi dell’inquinamento indoor, l’esposizione alle malattie infettive e le crescenti minacce alla sicurezza alimentare stanno mettendo a rischio milioni di persone oggi, non in un futuro lontano. Le scelte che facciamo ora determineranno se questi impatti sulla salute peggioreranno rapidamente o se inizieremo a muoverci verso un’Europa più sicura, più equa e più resiliente”.

Il messaggio è chiaro: il clima non sta solo cambiando, sta già rimodellando i rischi quotidiani. E lo fa più in fretta di quanto la capacità di risposta pubblica riesca ad adattarsi. È una corsa contro il tempo in cui il ritardo pesa sempre di più.

Italia in prima linea tra caldo, disuguaglianze e nuove malattie

Nel nostro Paese, il quadro è particolarmente delicato. Il possibile “super El Niño” si inserisce in un contesto già alterato, dove il termometro ha smesso di seguire le vecchie medie. “In Italia, negli ultimi 25 anni, si è registrato un aumento della temperatura media vicino a un grado e mezzo, proprio quella soglia che per anni è stata considerata il limite oltre il quale sarebbero serviti interventi urgenti di adattamento”, spiega Giuseppe Bortone, Direttore del Dipartimento Ambiente e Salute dell’Istituto Superiore di Sanità. “Se si prende come riferimento il periodo 1961-1990, l’aumento medio è oggi intorno a 1,1 gradi centigradi. Il dato certo è che il cambiamento climatico è già in atto e che si accompagna a un aumento degli eventi estremi. Non a caso esiste un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, che dovrebbe poi tradursi anche a livello regionale”.

A soffrire di più, come spesso accade nelle emergenze sanitarie e ambientali, sono le persone più esposte: neonati, anziani, lavoratori all’aperto, chi vive in condizioni economiche fragili. Il rapporto sottolinea che il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo, ma amplifica le disuguaglianze già presenti. Le famiglie a basso reddito, per esempio, sono più vulnerabili all’insicurezza alimentare provocata dagli eventi meteorologici estremi. Allo stesso tempo, chi risiede in aree economicamente svantaggiate è più esposto agli incendi boschivi e dispone spesso di meno spazi verdi, elementi che possono ridurre l’impatto del caldo.

Nel 2023, inoltre, oltre un milione di persone in più rispetto ai decenni precedenti ha subito l’effetto combinato di ondate di calore e siccità sull’accesso al cibo. Il clima, dunque, non compromette soltanto la salute in senso stretto: altera anche la disponibilità di risorse essenziali e rende più instabile l’intero equilibrio sociale.

Lo conferma ancora Bortone quando spiega che gli effetti sulla salute in Italia non si limitano alle conseguenze immediate delle alte temperature. “Gli effetti più immediati – risponde Bortone – sono quelli diretti, a cominciare dalle ondate di calore, che sono in costante crescita, con temperature oltre i 35 gradi sempre più frequenti, e dalle alluvioni, altro segnale evidente della crisi climatica. Ma ci sono anche effetti indiretti, meno visibili e forse per questo più sottovalutati, che passano attraverso le alterazioni dell’ambiente e del sistema economico-sociale”.

Tra questi rientra l’aumento delle malattie trasmesse da vettori, come zanzare e altri insetti. “Patologie come Chikungunya, Dengue e West Nile – prosegue l’esperto dell’Iss – stanno trovando condizioni sempre più favorevoli alla diffusione proprio perché il cambiamento climatico modifica gli ecosistemi e rende più facile la sopravvivenza e la proliferazione di questi vettori. In generale, tutto ciò che altera un ecosistema può avere conseguenze sanitarie rilevanti”.

Dengue, Vibrio e allergie: come il clima cambia la mappa dei rischi

Il riscaldamento globale non porta solo estati più torride. Ridisegna anche la distribuzione geografica delle infezioni e dei disturbi respiratori. Secondo il rapporto, il rischio medio complessivo di focolai di Dengue in Europa è quasi quadruplicato, con un aumento del 297% rispetto al periodo 1980-2010. È un segnale importante, perché indica che malattie un tempo più circoscritte a certe aree stanno trovando nuovi spazi di diffusione anche nel continente europeo.

Il caso del batterio Vibrio è altrettanto significativo. Questo microrganismo prolifera più facilmente in acque costiere più calde, e il rialzo delle temperature marine gli sta offrendo condizioni favorevoli in zone considerate finora relativamente protette. Italia e Francia hanno registrato un aumento del 32% delle aree costiere adatte alla sua diffusione tra il 2015 e il 2024 rispetto al periodo di riferimento. In altre parole, il cambiamento climatico non sposta solo i confini delle stagioni: modifica quelli delle malattie.

Un altro effetto meno clamoroso, ma molto diffuso, riguarda le allergie. La stagione dei pollini si è allungata di una o due settimane rispetto agli anni Novanta, prolungando l’esposizione per chi soffre di raffreddore da fieno e disturbi respiratori. Anche qui il clima agisce in modo silenzioso, ma costante, incidendo sulla qualità della vita di milioni di persone. “Questi divari sempre più ampi nei rischi per la salute legati al clima dimostrano che la protezione dei più vulnerabili non può aspettare”, afferma Hedi Kriit, ricercatore presso Lancet Countdown Europe. “Sempre più paesi stanno pianificando misure di adattamento sanitario, ma senza finanziamenti affidabili e a lungo termine, tali piani rimarranno in sospeso mentre gli impatti si accelerano”.

Il nodo, quindi, non è soltanto scientifico. È politico, economico e sociale. Servono investimenti, pianificazione e continuità. Perché senza risorse stabili, anche le strategie migliori rischiano di restare sulla carta.

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Combustibili fossili, biomasse e l’illusione di soluzioni facili

Il rapporto Lancet non si limita a denunciare gli effetti del clima sulla salute. Indica anche una delle cause strutturali che continuano ad alimentare la fragilità europea: la dipendenza dai combustibili fossili. Nel 2023 i sussidi pubblici europei per contenere il costo dell’energia hanno raggiunto 444 miliardi di euro, oltre tre volte i livelli del 2016, anno dell’Accordo di Parigi. Una cifra enorme, cresciuta anche per effetto della crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina.

Ma il problema non è solo contabile. La dipendenza dai fossili pesa sulla salute, sull’economia e sulla stabilità dei bilanci pubblici. “Oggi, mentre il conflitto in Iran porta nuova incertezza e sofferenza alle persone in tutta la regione, ci viene nuovamente ricordato che finché l’Europa dipenderà dai combustibili fossili, le nostre economie, i nostri bilanci pubblici e, in ultima analisi, la nostra salute rimarranno vulnerabili”, afferma Hannah Klauber, co-responsabile del Gruppo di lavoro 4 del Lancet Countdown Europe. “Accelerare la transizione verso un’energia pulita e sicura non è solo una necessità ambientale, ma un’opportunità fondamentale per salvaguardare il benessere delle persone”.

Il rapporto lancia poi un’ulteriore avvertenza su una soluzione spesso presentata come “verde” senza troppe cautele: l’uso domestico di legna e biomasse solide. Oggi queste fonti coprono oltre il 30% dell’energia rinnovabile impiegata per il riscaldamento e il raffreddamento domestico, ma non sono prive di effetti collaterali. Possono avere un’impronta climatica rilevante e liberare inquinanti tossici. Con l’aumento della domanda di biomassa, l’Europa ha perso l’11,4% della copertura arborea tra il 2001 e il 2023. Inoltre, nell’Unione europea la mortalità attribuibile al PM2,5 residenziale è aumentata del 4% tra il 2000 e il 2022.

Il quadro che emerge è quello di un sistema che tenta di rispondere alla crisi, ma spesso lo fa con strumenti parziali o contraddittori. Alcune misure riducono le emissioni, altre rischiano di produrre nuovi danni. La sfida, dunque, è scegliere politiche davvero coerenti con la salute pubblica.

La crisi climatica è già una crisi sanitaria

C’è infine un punto che il rapporto rende impossibile da ignorare: la crisi climatica non è più soltanto una questione ambientale o energetica. È già una crisi sanitaria, e si misura nei colpi di calore, nelle infezioni che avanzano verso nuove aree, nelle allergie più lunghe, nell’insicurezza alimentare e nelle città sempre più difficili da vivere durante le ondate di calore. Si misura anche nella spesa pubblica necessaria per tamponare effetti che continuiamo, in parte, ad alimentare.

Eppure non tutto è fermo. Il rapporto registra anche segnali di progresso: nel 2023 l’elettricità da fonti rinnovabili ha raggiunto il 21,5% del mix energetico europeo, più del doppio rispetto al 2016. L’intensità di carbonio e l’uso del carbone sono ancora in calo. Gli investimenti in energia pulita risultano oggi superiori dell’86% rispetto al 2015. Sul fronte sanitario, i decessi legati all’inquinamento atmosferico nel settore energetico in Europa sono diminuiti dell’84% dal 2000, e del 58% nel settore dei trasporti. Numeri che dimostrano una cosa semplice: intervenire funziona.

“Reindirizzare gli investimenti dai combustibili fossili verso l’energia pulita, migliorare la qualità dell’aria, tutelare i gruppi vulnerabili e preparare i sistemi sanitari ad affrontare gli shock climatici sempre più frequenti porterà benefici immediati e a lungo termine per la salute”, afferma Cathryn Tonne, condirettrice di Lancet Countdown Europe e docente presso l’ISGlobal. “Il margine di manovra si sta restringendo, ma l’Europa ha l’opportunità di rafforzare la propria leadership nella decarbonizzazione e di perseguire un’azione per il clima rapida, coordinata e incentrata sulla salute per proteggere vite umane, ridurre le disuguaglianze e costruire un futuro resiliente e a basse emissioni di carbonio”.

In questa cornice, il possibile arrivo di un “super El Niño” non rappresenta l’origine del problema, ma un moltiplicatore di rischi. Il continente non partirebbe da zero, bensì da una condizione già compromessa. È questo, forse, l’aspetto più inquietante: il clima sta già lasciando il segno, e il tempo per invertire la rotta si sta riducendo.