Un’analisi di oltre 20.000 brani della Billboard Hot 100 rivela un trend sorprendente: le canzoni di successo sono diventate sempre più tristi, riflettendo – ma anche contrastando – lo stato emotivo della società.

Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha analizzato ben 20.186 canzoni apparse nella Billboard Hot 100 tra il 1973 e il 2023. Attraverso un algoritmo in grado di rilevare il tono emotivo dei testi, i ricercatori hanno scoperto una tendenza netta: i brani più recenti trattano con sempre maggiore frequenza tematiche tristi e introspettive.
Negli anni ’70 e ’80 dominavano atmosfere leggere e ottimiste: hit come Tie a Yellow Ribbon Round the Ole Oak Tree, Tonight’s the Night (Gonna Be Alright), Ebony and Ivory e Walk Like an Egyptian non lasciavano spazio a malinconia o disincanto. Con l’avanzare degli anni ’90 e l’inizio dei 2000, però, qualcosa cambia. Il successo crescente del pop e dell’R&B coincide con testi più cupi e sofferti, spesso legati alle delusioni amorose, come accade in End of the Road dei Boyz II Men.
Un esempio emblematico è Candle in the Wind nella versione del 1997, che Elton John reinterpretò dopo la scomparsa di Lady Diana e Gianni Versace. Da allora, la musica mainstream ha continuato ad addentrarsi in toni malinconici, con successi recenti come Old Town Road o Heat Waves, che, pur in vetta alle classifiche, raccontano inquietudini, solitudini e fragilità personali.
La tristezza nella musica non è sempre legata alla crisi
Ma cosa c’è dietro questo cambiamento emotivo nei testi delle hit? Secondo gli studiosi, non si tratta di una semplice coincidenza. La diffusione di linguaggi negativi nei testi riflette un aumento generalizzato dello stress, dell’ansia e della depressione nella popolazione. La musica, in questo contesto, diventa uno specchio – ma anche un amplificatore – del disagio collettivo.
Sorprendentemente, lo studio smentisce una correlazione diretta tra il tenore emotivo dei brani e l’andamento economico. I cambiamenti nel reddito medio delle famiglie non sembrano influenzare i temi musicali in modo significativo. Inoltre, nemmeno eventi traumatici globali come l’11 settembre o la pandemia di COVID-19 hanno reso la musica più cupa: anzi, proprio in quei periodi si è assistito a un incremento nella complessità armonica e nella ricchezza testuale.
Una possibile spiegazione? In momenti difficili, le persone cercano nella musica un rifugio emotivo, una forma di evasione. E i brani più articolati sembrano offrire conforto laddove la realtà appare schiacciante.

La musica come rifugio emotivo universale
Fin dalle origini, la musica ha accompagnato l’uomo nei momenti più intensi della vita, diventando uno strumento per affrontare il dolore. In molte culture, il lutto è scandito da canti e melodie che aiutano ad attraversare l’esperienza della perdita. Il potere della musica risiede proprio nella sua capacità di esprimere ciò che le parole non riescono a dire.
Eppure, c’è un’altra chiave di lettura: la tristezza musicale funziona, anche dal punto di vista commerciale. Scrivere un testo su un amore felice può risultare meno incisivo rispetto a raccontare una rottura, un tradimento, una mancanza. I produttori lo sanno bene, e spesso puntano su questa leva emotiva per costruire un legame più diretto con il pubblico.
Lo stesso Luigi Tenco, incalzato sul perché delle sue canzoni tristi, rispose con ironia e lucidità: “Quando sono felice, esco di casa. Non resto certo in camera a scrivere brani immerso nella malinconia.”
Emozioni complesse, ascolti profondi
Negli ultimi anni, la percezione culturale della musica triste si è trasformata. Oggi, ascoltare una canzone malinconica non viene più visto solo come un momento di introspezione, ma come un’esperienza autentica, addirittura “nobile”.
L’idea che un brano dolente sia più “vero” di uno spensierato alimenta un certo tipo di ascolto: coinvolto, riflessivo, quasi terapeutico. Per molti, immergersi in melodie cupe rappresenta un investimento emotivo, un modo per sentirsi parte di qualcosa di più grande, più profondo. Un pensiero che alcuni contestano, ritenendo che l’arte non debba sempre coincidere con il dolore per essere significativa.
Quel che è certo, però, è che la musica continua a essere uno specchio potente del nostro tempo. E se le classifiche riflettono un’umanità più malinconica, forse è perché oggi, più che mai, la tristezza è diventata parte integrante del nostro modo di sentire.

