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Amianto nei cantieri navali: maxi risarcimento per la morte di un elettricista

Amianto nei cantieri navali: maxi risarcimento per la morte di un elettricista
Photo by Hopestar21 – Pixabay
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Una sentenza del Tribunale di Ancona riconosce un risarcimento da 950mila euro alla famiglia di un tecnico deceduto per fibrosi polmonare legata all’inalazione di amianto.

Amianto nei cantieri navali: maxi risarcimento per la morte di un elettricista
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Aveva trascorso gran parte della sua carriera professionale all’interno delle imbarcazioni in costruzione nel porto di Ancona, specializzandosi nell’installazione degli impianti elettrici di bordo. Ma quello stesso lavoro, a contatto diretto con le fasi di coibentazione condotte con amianto, ha finito per compromettere irrimediabilmente la sua salute. È morto nel 2021, a 86 anni, per una fibrosi polmonare diagnosticata sei anni prima, nel 2015, quando era già in pensione da oltre un decennio.

Nonostante fosse un lavoratore esterno, dipendente di una ditta in appalto e non assunto direttamente dal cantiere, il Tribunale civile di Ancona ha ritenuto responsabile il gruppo navale per le condizioni in cui il tecnico ha lavorato. A stabilirlo è stata la giudice del Lavoro Tania De Antoniis, che ha emesso la sentenza nei giorni scorsi, al termine di un procedimento avviato nel 2023.

Quasi un milione di euro ai familiari

Il risarcimento stabilito ammonta a 950mila euro, suddivisi tra la moglie e i due figli dell’elettricista. Il tribunale ha riconosciuto sia il danno parentale per la perdita del congiunto, sia il danno terminale subito direttamente dalla vittima nel periodo della malattia. Una somma rilevante, motivata anche dalla gravità dell’esposizione subita per anni in ambienti dove l’amianto veniva spruzzato senza adeguate misure di contenimento.

Il cantiere navale – oggi parte del gruppo Ferretti, subentrato nel 2021 ai Cantieri Crn, a loro volta incorporanti dal 2008 i Cantieri Morini – non avrebbe adottato le necessarie precauzioni per evitare la contaminazione tra le lavorazioni. Secondo quanto emerge dagli atti, l’elettricista lavorava negli stessi spazi dove si eseguivano operazioni altamente rischiose come la coibentazione a spruzzo, senza alcuna separazione o barriera protettiva.

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Nessuna protezione, nessun contenimento delle polveri

“La pulizia veniva effettuata senza alcun accorgimento, al fine di evitare il sollevamento delle polveri residue di lavorazioni accumulatesi sul pavimento”, si legge nella sentenza. Una frase che fotografa in modo netto il contesto in cui l’uomo ha operato per anni. Le fibre di amianto, letali se inalate, si disperdevano liberamente nell’aria dei cantieri, raggiungendo anche i lavoratori impegnati in tutt’altre mansioni, come l’installazione di sistemi elettrici.

La presenza costante in questi ambienti avrebbe quindi determinato l’inalazione prolungata della sostanza, con effetti devastanti a lungo termine. Il mancato isolamento delle aree contaminate e l’assenza di misure specifiche per limitare l’esposizione rappresentano, secondo il giudice, una grave negligenza da parte del datore di lavoro principale.

Una sentenza che fa giurisprudenza

Il caso potrebbe aprire la strada ad altre azioni legali simili, soprattutto nei confronti di realtà industriali che hanno operato in passato senza adottare sistemi efficaci di protezione per i lavoratori esterni. Il fatto che la vittima non fosse formalmente dipendente dell’azienda, ma lavorasse per conto di una ditta esterna, non ha impedito al tribunale di attribuire la responsabilità al committente principale, riconoscendo un dovere oggettivo di tutela della salute in tutti gli ambienti di lavoro sotto la sua gestione.

L’avvocato Ludovico Berti, che ha assistito la famiglia nel corso della causa, ha espresso soddisfazione per l’esito: “È una sentenza che riconosce non solo il diritto al risarcimento, ma anche la dignità del lavoro svolto da chi, spesso invisibile, ha contribuito a costruire eccellenze industriali pagando un prezzo altissimo”.