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Farmaceutica Made in Italy sotto pressione: geopolitica, costi e sfida all’Europa

Farmaceutica Made in Italy sotto pressione: geopolitica, costi e sfida all’Europa
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La guerra in Iran, la dipendenza dai principi attivi asiatici e la competizione globale mettono alla prova un settore che resta strategico per export, innovazione e occupazione in Italia.

Farmaceutica Made in Italy sotto pressione: geopolitica, costi e sfida all’Europa
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L’industria farmaceutica italiana continua a correre, ma lo fa su un terreno sempre più instabile. Tra conflitti internazionali, rincari lungo la filiera e nuove tensioni commerciali, il comparto che rappresenta una delle punte di diamante del Made in Italy si trova oggi a dover difendere competitività, investimenti e capacità produttiva. È questo il quadro tracciato da Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, intervenuto a Roma all’evento “Innovazione, Investimenti, Competenze. L’industria farmaceutica come asset prioritario del Made in Italy”, organizzato in occasione della Giornata nazionale del Made in Italy promossa dal Mimit.

Il messaggio è netto: il pharma italiano è forte, ma non può permettersi di ignorare gli effetti della geopolitica. E quando a salire sono contemporaneamente energia, logistica e materie prime, il conto per le imprese rischia di diventare molto pesante.

Guerra, rincari e pressione sui costi: il nuovo fronte della farmaceutica

Secondo Cattani, la crisi legata al conflitto in Iran rappresenta “il terzo shock in 4 anni dopo Ucraina e crisi del Mar Rosso”, con effetti immediati su trasporti, energia e costi di produzione. Le stime parlano di un incremento complessivo superiore al 20%, una percentuale che si aggiunge a un altro problema strutturale: “all’incremento del 30% dal 2021 a oggi che, in un sistema di prezzi amministrati, ricadono interamente sulle aziende. È a rischio la sostenibilità della produzione farmaceutica”, ha spiegato il numero uno di Farmindustria.

Il punto è delicato, perché il settore farmaceutico non opera come altri comparti industriali. In un mercato con prezzi regolati e margini sotto pressione, ogni aumento viene assorbito quasi interamente dalle imprese. E quando gli shock si sommano, la tenuta del sistema diventa più fragile. È qui che la dimensione geopolitica smette di essere un concetto astratto e diventa un problema molto concreto per il tessuto produttivo italiano.

Eppure, sul fronte dei risultati, i numeri restano solidi. Nel 2025 l’export farmaceutico italiano ha superato i 69 miliardi di euro, mentre la produzione ha raggiunto i 74 miliardi. Gli occupati sono saliti a 72.200, con un aumento del 2% rispetto all’anno precedente. Un dato rilevante, anche perché il 45% della forza lavoro è composto da donne e oltre la metà della presenza femminile si concentra nella ricerca e sviluppo. Gli investimenti superano i 4 miliardi di euro, tra impianti ad alta tecnologia e R&S, con oltre 800 milioni destinati alla ricerca clinica nelle strutture del Servizio Sanitario Nazionale.

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La dipendenza da Cina e India e la sfida per l’autonomia europea

Il successo dell’industria farmaceutica italiana, però, si scontra con un nodo strategico sempre più evidente: la dipendenza dall’estero per principi attivi e componenti essenziali. Cattani ha richiamato l’attenzione sul fatto che il 74% dei principi attivi più comuni proviene da Cina e India, insieme ad altre materie prime, packaging e materiali di imballaggio. Una fragilità che in tempi normali può restare in secondo piano, ma che nelle fasi di crisi torna subito al centro del dibattito.

A complicare il quadro c’è anche la crescita dell’ecosistema innovativo cinese. “Molti dei nuovi farmaci oncologici hanno origine in Cina” e “il 30% degli studi clinici globali viene avviato in Cina”, ha ricordato Cattani, evidenziando come il baricentro della ricerca si stia progressivamente spostando verso l’Asia.

Su questo punto si è soffermato anche il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che ha parlato della necessità di garantire “l’autonomia strategica del continente europeo nell’approvvigionamento delle materie prime”. Un’esigenza che, secondo il ministro, riguarda direttamente la salute dei cittadini e la capacità produttiva del Paese. “Questa dipendenza, ovviamente, ci mette a rischio nei momenti di shock di approvvigionamento come era già accaduto durante la pandemia Covid”, ha osservato Urso, sottolineando che la questione riguarda la tenuta dell’intero sistema industriale europeo.

Per il governo, la farmaceutica è infatti un “asset prioritario del Made in Italy”. Urso ha ricordato che il settore trova spazio anche nel libro bianco di politica industriale 2030, dove l’economia della salute viene affiancata alle cinque A del Made in Italy tradizionale: alimentazione, abbigliamento, arredo, automazione e auto. L’obiettivo è chiaro: ampliare la capacità competitiva dell’Italia sui mercati globali, rafforzando un comparto che già oggi traina export e investimenti.

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Competitività globale, ricerca e il manifesto di Farmindustria

La vera partita, secondo Farmindustria, si gioca però sul piano internazionale. Cattani descrive uno scenario “sempre più incerto e complesso”, in cui gli Stati Uniti stanno attirando investimenti con una strategia aggressiva di politica industriale e sanitaria. Tra le misure più discusse c’è l’ordine esecutivo “Most Favored Nation”, in base al quale il prezzo più basso di un farmaco in un gruppo di Paesi avanzati diventa il riferimento per il costo dello stesso medicinale negli Usa.

Per Cattani, questo tipo di provvedimenti rappresenta una svolta che può cambiare gli equilibri globali. Negli ultimi mesi, ha spiegato, hanno già generato accordi con grandi aziende e annunci per 400 miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti nei prossimi cinque anni. Una dinamica che potrebbe togliere risorse all’Europa, con un potenziale calo stimato in 100 miliardi nello stesso periodo.

Il rischio, dunque, non riguarda solo la guerra in Iran o la dipendenza dall’Asia. Il problema è più ampio e strutturale: mentre Stati Uniti, Cina, Emirati Arabi, Singapore e Arabia Saudita puntano con decisione su innovazione, tecnologia e ricerca, l’Europa sembra procedere con maggiore lentezza. “Spesso con provvedimenti antistorici che riducono la proprietà intellettuale e aumentano i costi per l’industria farmaceutica”, ha osservato il presidente di Farmindustria.

Da qui la richiesta di un cambio di passo immediato. “Ora più che mai è necessario un approccio strategico e sistemico che tenga insieme innovazione, sostenibilità economica e capacità produttiva”, ha affermato Cattani, ricordando che gli altri hub mondiali non stanno certo aspettando. Il messaggio è rivolto soprattutto a Bruxelles, ma anche alle istituzioni italiane, chiamate a difendere un settore che non produce solo fatturato, ma anche benessere e accesso alle cure.

In questa direzione si inserisce il Manifesto per la Ricerca lanciato da Farmindustria, costruito su un principio semplice ma decisivo: dove si fa ricerca, si cura meglio. L’obiettivo è proporre azioni concrete per rafforzare la ricerca clinica in Italia e recuperare terreno rispetto a competitor come Stati Uniti e Cina. “O ci si adegua alla velocità del cambiamento o nell’arco di pochi anni altri hub avranno un vantaggio competitivo non facilmente recuperabile”, ha avvertito Cattani.

Il presidente di Farmindustria ha poi ribadito che l’Europa deve cambiare direzione in tempi rapidi. Il governo italiano, ha detto, sta facendo la propria parte sia in sede Ue sia sul piano nazionale, ma resta fondamentale arrivare a un quadro normativo più favorevole. In questo percorso, il Testo Unico sulla legislazione farmaceutica viene indicato come una grande occasione. L’orizzonte, conclude Cattani, è quello di superare il payback, valorizzare la presenza industriale e difendere la sostenibilità degli investimenti. In gioco non c’è soltanto il futuro della farmaceutica Made in Italy, ma anche quello dell’accesso alle terapie più innovative per i cittadini.