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Epatite A in crescita nel Lazio: lo Spallanzani segnala focolai legati a cibi contaminati

Epatite A in crescita nel Lazio: lo Spallanzani segnala focolai legati a cibi contaminati
Photo by Parentingupstream – Pixabay
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Nei primi mesi del 2026 già 120 casi nella regione. Lo Spallanzani richiama l’attenzione su trasmissione alimentare e interpersonale, mentre in Italia i numeri dell’epatite A continuano a salire.

Epatite A in crescita nel Lazio: lo Spallanzani segnala focolai legati a cibi contaminati
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Nei primi mesi del 2026 il Lazio ha registrato un aumento dei casi di epatite A, un dato che riaccende l’attenzione sulla prevenzione e sul controllo delle infezioni virali. A segnalarlo è il Servizio regionale per l’Epidemiologia, sorveglianza e controllo delle malattie infettive (Seresmi) dell’Inmi Spallanzani, che parla di 120 contagi rilevati in avvio d’anno, a fronte dei 150 complessivi censiti nell’intero 2025. Un incremento che, secondo l’istituto, sarebbe collegato soprattutto a episodi di trasmissione alimentare e interpersonale, con un ruolo rilevante dei focolai legati al consumo di alimenti contaminati.

Il quadro arriva proprio nella Giornata mondiale contro le epatiti, che si celebra oggi, martedì 28 luglio. E i numeri nazionali confermano una tendenza da monitorare con attenzione: secondo il sistema di sorveglianza Seieva, coordinato dall’Istituto superiore di Sanità, i casi di epatite A in Italia sono passati dai 126 del 2021 ai 631 del 2025. Una crescita netta, che rende ancora più urgente puntare su diagnosi precoce, informazione e vaccinazione.

Casi in aumento nel Lazio: i dati che preoccupano

L’epatite A è un’infezione che si trasmette soprattutto per via oro-fecale, spesso attraverso acqua o alimenti contaminati, ma anche per contatto diretto tra persone. Proprio per questo, quando compaiono più casi nello stesso territorio o in un arco temporale ristretto, la sorveglianza sanitaria diventa fondamentale. Ed è esattamente ciò che sta accadendo nel Lazio, dove i dati raccolti dallo Spallanzani indicano un’accelerazione rispetto alla media attesa.

Il punto critico, come sottolinea l’istituto, è la presenza di focolai associati alla catena alimentare. Non si tratta soltanto di un problema clinico, ma anche di salute pubblica: individuare rapidamente l’origine di un contagio significa limitare la diffusione del virus e proteggere le persone più esposte. Ecco perché le autorità sanitarie insistono sulla necessità di mantenere alta l’attenzione, soprattutto in presenza di sintomi compatibili o di situazioni potenzialmente a rischio.

Nel frattempo, anche i medici del territorio sono stati richiamati a una vigilanza più stretta. L’obiettivo è riconoscere in fretta i segnali dell’infezione, evitare sottovalutazioni e intervenire tempestivamente con gli accertamenti necessari. In un contesto in cui i casi aumentano, la capacità di diagnosi precoce può fare davvero la differenza.

Epatite A in crescita nel Lazio: lo Spallanzani segnala focolai legati a cibi contaminati
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Lo Spallanzani e il modello di presa in carico dei pazienti

All’interno dell’Inmi Spallanzani, l’Unità operativa complessa Malattie infettive ed epatologia, diretta da Gianpiero D’Offizi, rappresenta uno dei principali riferimenti regionali per la gestione delle patologie epatiche acute e croniche. La struttura integra assistenza, ricerca clinica, prevenzione e interventi sul territorio, con un approccio che punta a seguire il paziente in ogni fase del percorso.

L’attività non si limita alla cura dei casi più complessi. Lo Spallanzani garantisce infatti la stabilizzazione dei pazienti con insufficienza epatica acuta grave e una valutazione rapida per l’eventuale inserimento nel percorso trapiantologico. Allo stesso tempo, è il centro regionale che gestisce il maggior numero di pazienti con epatite cronica B e C, confermandosi un punto di riferimento per il sistema sanitario laziale.

Accanto all’assistenza ospedaliera, un ruolo centrale è svolto dai programmi di screening delle epatiti virali. Qui entra in gioco un modello innovativo di prossimità, pensato anche per raggiungere persone difficili da intercettare con i canali tradizionali. I test rapidi e le attività svolte nei “point of care” permettono di individuare prima le infezioni silenti e di avviare più velocemente i pazienti verso il trattamento.

Screening, prevenzione e cure: la strategia per fermare le epatiti

Il cuore di questo approccio è il cosiddetto “linkage to care”, un percorso che non si esaurisce nella diagnosi. Al contrario, una volta rilevata la positività, il paziente viene immediatamente collegato alla presa in carico specialistica, alla valutazione clinica e all’inizio della terapia. Si tratta di un passaggio decisivo, perché consente non solo di proteggere la salute della singola persona, ma anche di interrompere la catena della trasmissione.

Nelle parole di Gianpiero D’Offizi, la gestione delle epatiti virali ha vissuto una trasformazione profonda negli ultimi anni. “Negli ultimi decenni – spiega Gianpiero D’Offizi – abbiamo assistito a una vera rivoluzione nella gestione delle epatiti virali. Oggi, la sfida che abbiamo davanti è quella di intercettare tempestivamente le persone che ancora non sanno di avere un’infezione cronica del fegato ed avviarle alla cura immediata. La storia dello Spallanzani dimostra come la ricerca scientifica, integrata con l’assistenza e la prevenzione sul territorio, sia in grado di cambiare il destino delle malattie infettive. Continuare a investire nella cultura della prevenzione, nell’accesso ai test e nella fiducia nella scienza è la strada per raggiungere l’obiettivo dell’eliminazione delle epatiti virali come problema di salute pubblica. La Giornata mondiale delle epatiti rappresenta quindi un’occasione per ricordare che, grazie alla vaccinazione, agli strumenti di screening, alla diagnosi precoce e alle terapie innovative, l’obiettivo dell’eliminazione delle epatiti virali come minaccia per la salute pubblica è oggi una prospettiva concreta, che richiede però continuità nell’impegno delle istituzioni sanitarie e della comunità scientifica”.

Un messaggio che arriva in un momento delicato. Se da un lato l’aumento dei casi nel Lazio richiama alla prudenza, dall’altro la disponibilità di strumenti diagnostici e terapeutici più efficaci offre una prospettiva concreta di controllo. Il vero nodo, oggi, è trasformare la prevenzione in abitudine quotidiana: nei comportamenti alimentari, nell’accesso ai test e nella fiducia verso la medicina preventiva.