Le autorità sanitarie stanno cercando di chiarire l’origine del focolaio nel nord del Paese. Per ora sono esclusi Ebola, Marburg e altre febbri emorragiche, mentre crescono i controlli sul territorio.

Nel nord del Burundi resta alta l’attenzione per una malattia misteriosa che ha già causato 5 morti e colpito 35 persone nel distretto di Mpanda. Le prime analisi hanno escluso alcune delle infezioni più temute, ma la causa dell’epidemia non è ancora stata identificata. Una situazione che ha subito attirato l’attenzione delle autorità locali e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, impegnate a ricostruire l’origine dei contagi e a contenere il rischio di diffusione.
L’allarme è scattato dopo le segnalazioni arrivate il 31 marzo, quando i casi sono stati rilevati soprattutto all’interno dello stesso nucleo familiare e tra contatti stretti. Un dettaglio che lascia pensare a una trasmissione avvenuta in un ambiente circoscritto, ma che impone comunque massima prudenza. Del resto, quando compare una sindrome non diagnosticata, il tempo diventa un fattore decisivo: capire rapidamente di cosa si tratti può fare la differenza tra un focolaio contenuto e una possibile espansione.
Indagini in corso nel nord del Burundi
In un comunicato diffuso l’11 aprile, la World Health Organization ha fatto sapere che le autorità sanitarie del Burundi, con il supporto dell’OMS e dei partner internazionali, stanno intensificando le indagini per individuare la causa della malattia registrata a Mpanda. Il quadro, al momento, resta incompleto: i dati raccolti raccontano di un evento sanitario serio, ma non ancora classificato.
Gli esami di laboratorio hanno escluso diverse patologie ad alta pericolosità. In particolare, i test sono risultati negativi per Ebola, Marburg, febbre della Rift Valley, febbre gialla e febbre emorragica di Crimea-Congo. Una notizia che offre un primo elemento di rassicurazione, ma non scioglie il nodo principale: quale agente patogeno sta circolando davvero?
Per rafforzare il lavoro sul campo, è stato inviato un team congiunto formato da esperti del centro operativo di emergenza sanitaria pubblica del Paese e del laboratorio di riferimento nazionale. Il loro compito è supportare le verifiche, raccogliere nuovi elementi epidemiologici e aiutare nella gestione dei casi ancora sotto osservazione. Nel frattempo, l’OMS sta affiancando il Ministero della Salute anche sul piano logistico, oltre che scientifico, per sostenere le attività ritenute prioritarie.

Sintomi della malattia misteriosa: febbre, vomito e sangue nelle urine
Il quadro clinico descritto finora comprende sintomi piuttosto severi. I pazienti hanno manifestato febbre, vomito, diarrea, sangue nelle urine, forte stanchezza e dolore addominale. Nei casi più gravi sono comparsi anche ittero e anemia, segnali che fanno pensare a un’infezione potenzialmente aggressiva o a una condizione sistemica che richiede attenzione immediata.
“Sebbene sia rassicurante che le analisi preliminari siano negative per queste gravi infezioni, sono in corso ulteriori indagini per determinarne la causa“, ha dichiarato la dott.ssa Lydwine Badarahana, Ministro della Salute del Burundi.
La stessa autorità sanitaria ha poi sottolineato che “sono state adottate tutte le misure necessarie per salvaguardare la salute pubblica e prevenire un’eventuale diffusione dell’infezione”. Una formula che conferma la volontà di intervenire con rapidità, soprattutto in una fase in cui non è ancora possibile definire con precisione il perimetro del contagio.
Le operazioni di monitoraggio non si limitano al distretto colpito. L’OMS sta contribuendo a rafforzare la sorveglianza epidemiologica, le indagini sul campo, l’assistenza clinica, la diagnosi di laboratorio e le misure di prevenzione e controllo delle infezioni. Tutto questo avviene con un obiettivo chiaro: evitare che una situazione localizzata si trasformi in un’emergenza più ampia.
Il post di Matteo Bassetti e l’ipotesi infettiva
La notizia della malattia misteriosa in Burundi è stata rilanciata anche dall’infettivologo Matteo Bassetti, che ha richiamato l’attenzione sulla possibile natura infettiva del focolaio. Su X, il direttore di malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova ha infatti aggiunto che si teme possa trattarsi di una malattia infettiva.
Il suo intervento ha contribuito a riportare il caso al centro del dibattito sanitario, soprattutto perché episodi di questo tipo possono evolvere rapidamente e richiedono una lettura prudente, ma tempestiva. Quando un cluster compare in una zona circoscritta, con più casi tra familiari e contatti stretti, il sospetto di trasmissione biologica è inevitabile. Ma senza una diagnosi definitiva, ogni ipotesi resta aperta.
Intanto, una parte fondamentale del lavoro investigativo si sta concentrando anche sulla cooperazione regionale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha facilitato la spedizione di campioni all’Istituto Nazionale di Ricerca Biomedica nella vicina Repubblica Democratica del Congo, dove saranno eseguite ulteriori analisi. Un passaggio essenziale per confrontare i risultati, ampliare gli strumenti diagnostici e accelerare l’identificazione del responsabile.
Per il momento, dunque, la priorità resta una sola: osservare, analizzare e contenere. Le autorità burundesi e i partner internazionali stanno lavorando per dare un nome alla malattia e capire come si stia diffondendo. Solo allora sarà possibile valutare con maggiore certezza il rischio reale per la popolazione.

