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Alzheimer e Parkinson: perché l’accumulo di ferro può mettere sotto stress i neuroni

Alzheimer e Parkinson: perché l’accumulo di ferro può mettere sotto stress i neuroni
Photo by Mehmet Turgut Kirkgoz – Pexels
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Un nuovo studio accende i riflettori su un meccanismo poco conosciuto, ma potenzialmente decisivo nella neurodegenerazione: la cronoferroptosi. Con l’avanzare dell’età, il ferro che si deposita nei neuroni potrebbe renderli meno resilienti e più vulnerabili a danni e malattie come Alzheimer e Parkinson.

Alzheimer e Parkinson: perché l’accumulo di ferro può mettere sotto stress i neuroni
Photo by Andrea Piacquadio – Pexels

Nel cervello il ferro non è un nemico in assoluto. Anzi, è un elemento essenziale per molte funzioni biologiche. Ma quando si accumula nei neuroni e resta lì troppo a lungo, il suo ruolo cambia volto. È proprio su questo punto che si concentra la ricerca del Salk Institute, pubblicata su Cell Death Discovery, che descrive un processo capace di collegare l’età biologica delle cellule nervose al rischio di degenerazione. Il meccanismo ha un nome nuovo, cronoferroptosi, e potrebbe aprire scenari inediti per prevenire o rallentare il declino cognitivo.

Il ferro nei neuroni: da alleato indispensabile a possibile fattore di rischio

Il ferro è fondamentale per la vita. Serve a produrre emoglobina, quindi a trasportare ossigeno nel sangue. Contribuisce alla sintesi di alcuni ormoni, sostiene il metabolismo energetico e partecipa al corretto funzionamento del sistema immunitario. Eppure, come spesso accade in biologia, ciò che è utile in una certa quantità può diventare dannoso se si accumula oltre misura o nel posto sbagliato.

Secondo lo studio coordinato da Pam Maher, nei neuroni il problema non sarebbe soltanto la presenza di ferro, ma il modo in cui questo si comporta nel tempo. Nelle fasi iniziali della vita, l’effetto dell’accumulo sembra quasi trascurabile. Con il passare degli anni, però, le cellule nervose perdono parte della loro capacità di difesa e diventano più esposte allo stress ossidativo e ad altri insulti cellulari. In pratica, il ferro non agirebbe come una miccia immediata, ma come un peso che si accumula lentamente fino a indebolire la cellula.

A confermarlo, in una nota dell’Istituto, è la stessa Maher: “lo studio rivela che le cellule perdono resilienza quando il ferro raggiunge un certo livello, rendendo i neuroni più suscettibili agli stress che li danneggiano o addirittura li uccidono -”. Un passaggio che aiuta a capire perché questo meccanismo possa avere ricadute cliniche importanti. Come osserva Matteo Pardini, docente di Neurologia presso l’Università di Genova e l’IRCCS AOM del capoluogo ligure, “Questi aspetti hanno ricadute cliniche – segnala Matteo Pardini, docente di Neurologia presso l’Università di Genova e l’IRCCS AOM del capoluogo ligure – tanto che anche alcuni pazienti affetti da disturbi cognitivi neurodegenerativi sono spesso identificati con depositi in eccesso di ferro in zone chiave per la memoria e il movimento”.

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Photo by Mehmet Turgut Kirkgoz – Pexels

Cronoferroptosi: che cosa hanno scoperto i ricercatori del Salk Institute

La novità dello studio sta proprio nel superare la ferroptosi, un processo già noto di morte cellulare legato alla perossidazione lipidica, cioè al deterioramento delle membrane cellulari. In modo molto semplice, si potrebbe immaginare come il danneggiamento progressivo di componenti cellulari sensibili all’ossidazione. Ma la cronoferroptosi aggiunge un elemento decisivo: il tempo.

Per arrivare a questa conclusione, i ricercatori hanno usato cellule nervose di origine umana e hanno creato il primo modello progressivo di accumulo di ferro nei neuroni. Poi hanno confrontato due condizioni molto diverse: esposizione acuta al ferro, tra sei e otto ore, ed esposizione cronica, protratta per nove giorni. Il risultato è stato sorprendente. Le cellule non reagiscono allo stesso modo in base alla durata del contatto con il ferro.

Nella fase acuta, gli effetti sono limitati. Alcune alterazioni biochimiche compaiono, ma restano contenute. Quando invece l’esposizione diventa cronica, la situazione cambia in profondità: si accumulano sostanze dannose, diminuiscono quelle protettive e aumenta la perossidazione lipidica. È qui che la cellula comincia davvero a perdere equilibrio. Non sempre muore subito, ma entra in uno stato di fragilità che la rende meno capace di fronteggiare ulteriori stress.

Ed è proprio questo il punto centrale. La cronoferroptosi non coincide necessariamente con una morte cellulare immediata. Piuttosto, descrive una condizione in cui il neurone, già indebolito dal tempo trascorso sotto pressione, diventa più vulnerabile a qualsiasi stimolo dannoso. “È proprio questa duplice natura del ferro – continua Pardini – a rendere complessa qualunque strategia terapeutica: l’organismo ne ha bisogno a livello sistemico e il problema sembra essere una perdita di regolazione regionale non un eccesso di ferro totale -. Per questo non basta “toglierlo”: serve un intervento molto selettivo, mirato alla sede e al momento giusti”.

Perché questa scoperta può cambiare la prevenzione della neurodegenerazione

La parte più interessante della ricerca riguarda le possibili ricadute future. Se il danno non dipende solo dalla quantità di ferro, ma anche dal tempo per cui i neuroni restano esposti a questo stress, allora diventa fondamentale capire quando il cervello comincia a perdere resilienza. In altre parole: esiste una finestra temporale in cui intervenire prima che il processo diventi irreversibile?

Nei neuroni esposti per poco tempo, lo studio ha rilevato solo piccoli cambiamenti. Quando però l’esposizione si prolunga, le conseguenze si fanno più pesanti e il neurone risponde peggio agli stress successivi. È questa la soglia che potrebbe favorire il declino cognitivo legato all’età. “L’ingresso in questo stato di cronoferroptosi potrebbe predisporre i neuroni al declino cognitivo legato all’età” – rivela Dar -. Quindi non è la quantità di ferro a determinare il destino di queste cellule ma la quantità di tempo che trascorrono sotto stress”.

In prospettiva, questa scoperta suggerisce nuove strategie terapeutiche. Non si tratterebbe semplicemente di eliminare il ferro, ma di correggere gli squilibri più precocemente, in modo mirato e selettivo. L’obiettivo sarebbe mantenere i neuroni resilienti più a lungo, proteggendo le aree cerebrali coinvolte nella memoria e nel movimento. Una strada promettente, certo, ma ancora tutta da verificare.

Lo sottolinea con cautela lo stesso Pardini: “Ma ci vorrà tempo – conclude Pardini – anche perché resta però un lavoro su modelli cellulari, una direzione promettente, da seguire con interesse e insieme con prudenza”. Eppure, proprio da qui potrebbe partire una nuova fase della ricerca su Alzheimer e Parkinson: non più solo osservare il danno, ma anticiparlo prima che il ferro trasformi la fragilità neuronale in malattia.