Un nuovo studio dell’Università di Verona svela un meccanismo sorprendente: alcune cellule del sistema immunitario, invece di difendere il cervello, possono contribuire alla sua degenerazione. La ricerca apre scenari terapeutici inediti per contrastare l’Alzheimer.

Un gruppo di ricerca guidato da Gabriela Constantin, prorettrice alla Ricerca dell’Università di Verona, ha individuato un ruolo inaspettato delle cellule T nella malattia di Alzheimer. Pubblicata su Nature Communications, l’indagine ha dimostrato che una particolare sottopopolazione di linfociti T CD8+ privi del marcatore CD103 può favorire l’infiammazione neurotossica. Queste cellule, solitamente coinvolte nella risposta immunitaria contro virus e infezioni, rilasciano la granzima K, una molecola che danneggia i neuroni e altera le loro funzioni, innescando i meccanismi alla base della neurodegenerazione.
Un’emergenza globale in costante crescita
L’Alzheimer rappresenta la forma più diffusa di demenza a livello mondiale. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, entro il 2030 oltre 66 milioni di persone potrebbero essere affette da questa patologia, numero destinato a salire a 115 milioni entro il 2050. Con una durata media compresa tra i tre e i nove anni, la malattia ha un impatto sociale ed economico significativo e, al momento, non esistono terapie in grado di modificarne il decorso.

Il dialogo “distorto” tra cervello e sistema immunitario
Il lavoro dei ricercatori veronesi si inserisce in un campo emergente della scienza medica: lo studio delle interazioni neuroimmuni. In condizioni normali, le cellule immunitarie raramente interagiscono con i neuroni. Tuttavia, durante stati patologici, come nell’Alzheimer, i leucociti possono penetrare nel sistema nervoso e attivare una comunicazione aberrante, responsabile della produzione della proteina beta-amiloide e della fosforilazione anomala della proteina tau. Questi due elementi, ben noti ai ricercatori, sono tra i principali indiziati del deterioramento cognitivo e della perdita di memoria tipici della malattia.
Una squadra tutta italiana per una svolta nella ricerca
Il progetto, firmato da una vasta rete di scienziati dei dipartimenti di Medicina, Neuroscienze e Biotecnologie dell’ateneo veronese, ha come prima autrice Eleonora Terrabuio. Tra i nomi coinvolti figurano, tra gli altri, Enrica Caterina Pietronigro, Bruno Santos-Lima, Elena Zenaro, Monica Castellucci e Bruno Bonetti. A guidare il team, Gabriela Constantin, prima donna in Italia a ricevere il premio Rita Levi Montalcini nel 2003. Già insignita di un riconoscimento da parte dell’European Research Council, Constantin conferma con questo lavoro il ruolo di Verona come punto di riferimento nella ricerca neuroscientifica europea. Lo studio è stato sostenuto da finanziamenti della Commissione Europea, della Fondazione Italiana Sclerosi Multipla, del National Centres Program e del PNRR “Partenariati Estesi”.

