Dalle prime prescrizioni automatiche alle consulenze via app, l’IA entra nella sanità con sperimentazioni che promettono più velocità e accesso alle cure, ma riaprono anche il dibattito sul rapporto tra medico e paziente.

L’intelligenza artificiale è già una presenza concreta nella medicina di oggi. Da tempo aiuta i professionisti della salute a interpretare meglio immagini diagnostiche, risonanze e tac ad alta definizione. Ora però il salto è più ambizioso: in alcuni casi non si limita a supportare i medici, ma inizia a sostituirli in attività precise. È quanto sta accadendo nello Utah, negli Stati Uniti, e a El Salvador, dove l’IA viene usata perfino per rilasciare prescrizioni e offrire prime consulenze. Non si tratta di una sostituzione totale del medico, ma di una trasformazione che potrebbe cambiare profondamente l’accesso alle cure. Più velocità, meno attese, servizi più semplici da usare. Ma anche un interrogativo inevitabile: cosa succede al rapporto umano, già oggi fragile, tra medico e paziente?
Il progetto nello Utah: l’IA prescrive farmaci
La sperimentazione partita nello Utah a gennaio 2026 è una delle prime al mondo nel suo genere e durerà dodici mesi. L’iniziativa nasce dalla collaborazione con Doctronic, azienda che ha sviluppato uno strumento basato sull’intelligenza artificiale capace di gestire alcune prescrizioni farmaceutiche senza il coinvolgimento diretto del medico.
Per il momento il sistema ha un perimetro molto preciso. Può occuparsi soltanto del rinnovo di ricette per farmaci già noti al paziente e legati a patologie diagnosticate in precedenza. Parliamo di meno di 200 medicinali, tra cui corticosteroidi, statine, antidepressivi, ormoni e anticoagulanti. Restano invece esclusi gli oppioidi, i farmaci iniettabili e le terapie per l’Adhd. In altre parole, l’IA non entra ancora nelle aree più delicate della pratica clinica, ma si concentra sulle richieste ripetitive e più standardizzate.
Il progetto è stato recentemente analizzato anche in uno studio pubblicato su Jama, che ne ha evidenziato luci e ombre. Da un lato, i vantaggi sembrano evidenti: meno errori, rapidità nelle procedure e un potenziale ampliamento dell’accesso alle cure. Il dato più citato è quello dell’accuratezza, superiore al 99%. Dall’altro lato, però, emergono criticità tutt’altro che marginali. La prima riguarda l’opacità algoritmica, cioè la difficoltà di capire fino in fondo come il sistema arrivi a una determinata decisione. La seconda, forse ancora più importante, è il possibile indebolimento della relazione tra medico e paziente. Se il contatto umano si riduce troppo, il rischio è di trasformare la cura in un processo efficiente ma impersonale.

L’accordo di Google con El Salvador
Un passo ancora più audace arriva da El Salvador, dove il presidente Nayib Bukele ha annunciato un accordo che affida una parte consistente della gestione del sistema sanitario pubblico all’intelligenza artificiale di Google. L’annuncio è stato dato durante un discorso trasmesso in radio e in televisione, oltre che sui social, e ha subito attirato l’attenzione internazionale.
Al centro del progetto c’è Doctorsvapp, un’applicazione mobile attraverso la quale i cittadini potranno ottenere una prima consulenza, ordinare esami di laboratorio e seguire il percorso clinico dei pazienti con malattie croniche come diabete, ipertensione e colesterolo alto. Il sistema rappresenta la seconda fase di un programma già avviato nel novembre 2025 e sostenuto dall’IA Gemini di Google.
Bukele ha presentato l’iniziativa con toni molto ambiziosi. “Sono molto emozionato, perché stiamo creando il miglior sistema sanitario al mondo”, ha dichiarato. L’evento ha visto anche la partecipazione di Guy Nae, direttore di Google Cloud per il settore pubblico in America Latina, insieme agli specialisti Edgardo Von Euw e Stella Aslibekyan. Euw ha sottolineato il senso sociale del programma con una frase chiara: “Lo spirito di questo programma è che nessun salvadoregno affetto da una malattia cronica debba rinunciare alle cure”.
Qui il messaggio è evidente: usare la tecnologia per ridurre gli ostacoli, velocizzare i servizi e raggiungere anche chi rischia di restare indietro. Ma la domanda, ancora una volta, è se una piattaforma digitale possa davvero sostituire il valore dell’ascolto clinico, soprattutto nei casi più complessi o nei percorsi di cura a lungo termine. L’innovazione può semplificare, certo. Tuttavia, quando si parla di salute, la semplicità non basta da sola.
In Italia l’IA entra negli studi dei medici
E in Italia? Anche qui l’intelligenza artificiale comincia a farsi spazio, ma con un’impostazione diversa. Non per sostituire il medico, bensì per affiancarlo nel lavoro quotidiano. Grazie ai fondi del Pnrr è stato finanziato un progetto che ha portato alla creazione di una piattaforma pensata per i medici di famiglia, accessibile da computer e anche tramite app, con un’interfaccia conversazionale semplice e immediata.
La piattaforma si chiama “Mia” e permette al medico di porre domande ricevendo risposte basate su una base di conoscenze “validate e certificate”. Le fonti utilizzate comprendono documenti ufficiali, linee guida, protocolli, normative, letteratura scientifica, percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali e nomenclatori. L’obiettivo è chiaro: mettere a disposizione dei professionisti uno strumento affidabile, capace di velocizzare la consultazione delle informazioni e supportare le decisioni cliniche.
La sperimentazione è partita da poco e coinvolge i primi 1500 medici di famiglia selezionati. Nel corso dell’anno è previsto anche un percorso di formazione, pensato per abilitare i professionisti all’uso della piattaforma e, al tempo stesso, per rafforzare le competenze legate all’intelligenza artificiale. Non si tratta quindi di un semplice aggiornamento tecnologico, ma di un vero cambiamento organizzativo e culturale.
La fase successiva entrerà nel vivo a partire da gennaio 2027, quando sarà avviata la gestione e manutenzione della piattaforma con un’estensione progressiva ad altri medici del Servizio sanitario nazionale. Dopo i primi 1500 sperimentatori, il sistema raggiungerà altri 3000 camici bianchi nel 2027, poi altri 7500 e infine ulteriori 15mila. È un percorso graduale, pensato per evitare forzature e permettere un’integrazione più stabile nel lavoro dei medici.
In sintesi, lo scenario che si sta delineando è molto chiaro: l’IA non è più solo uno strumento di supporto tecnico, ma entra sempre più nel cuore della pratica sanitaria. Negli Stati Uniti e in America Latina sperimenta ruoli quasi sostitutivi; in Italia, invece, viene introdotta come assistente intelligente del medico. Tre modelli diversi, una stessa direzione: la sanità sta cambiando, e lo sta facendo molto più in fretta di quanto si immaginasse fino a pochi anni fa.

