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Funghi allucinogeni e depressione: a che punto è davvero la ricerca

Funghi allucinogeni e depressione: a che punto è davvero la ricerca
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Dal “Rinascimento psichedelico” alle prime sperimentazioni cliniche in Italia, la scienza sta tornando a studiare sostanze a lungo considerate fuori dai confini della medicina. Tra risultati promettenti, cautela metodologica e domande ancora aperte, ecco cosa sappiamo oggi sugli psichedelici contro la depressione.

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Nel dibattito sulla salute mentale, i funghi allucinogeni e altre sostanze psicotrope sono tornati a occupare uno spazio centrale. Dopo decenni di stop e diffidenza, la ricerca ha ripreso slancio e oggi indaga non solo gli effetti terapeutici di queste molecole, ma anche il loro possibile impatto sulle esperienze spirituali e sul senso di sé. Il tema è delicato, complesso e molto attuale: da un lato ci sono studi che mostrano segnali incoraggianti, dall’altro resta forte la necessità di prudenza, rigore scientifico e controlli severi.

Il ritorno degli psichedelici nella ricerca medica

Si parla sempre più spesso di “Rinascimento psichedelico”. L’espressione descrive bene il clima attuale: sostanze naturali o sintetiche come psilocibina, DMT e MDMA sono tornate al centro di numerosi studi per verificarne il potenziale in ambito psichiatrico. Il pubblico ha iniziato a conoscerle meglio anche grazie alla divulgazione scientifica, in particolare dopo il successo del libro di Michael Pollan, Come cambiare la tua mente, poi diventato anche una serie Netflix. In quel racconto, gli psichedelici non compaiono più soltanto come sostanze da vietare o da usare in contesti ricreativi, ma come strumenti capaci di aprire nuove strade nella comprensione dei disturbi mentali.

Il 2018 è stato un anno decisivo anche sul piano regolatorio: la FDA ha concesso alla psilocibina la designazione di breakthrough therapy per la depressione resistente ai trattamenti tradizionali. Un passaggio importante, perché accelera il percorso di sviluppo clinico dei farmaci considerati più promettenti. Naturalmente, questo non significa che il problema sia già risolto. Significa però che la comunità scientifica ha iniziato a trattare queste molecole con un approccio diverso, più strutturato e meno ideologico.

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In Italia, il tema è arrivato nella pratica clinica con la prima sperimentazione sulla psilocibina nella depressione resistente, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità e approvata da Aifa. A guidarla è lo psichiatra Giovanni Martinotti, professore ordinario all’Università di Chieti. “È un mondo ancora nuovo: dobbiamo essere cauti e rigorosi metodologicamente per evitare che succeda come negli anni Settanta quando la ricerca si è spenta” dice Martinotti. Le sue parole sintetizzano bene il punto: l’interesse è forte, ma il rischio di entusiasmi prematuri è reale.

Lo studio italiano, finanziato con fondi PNRR, è stato presentato durante il primo convegno nazionale dedicato alle terapie psichedeliche, organizzato dall’Associazione Coscioni. Dei 68 pazienti previsti, quattro sono stati trattati finora nella clinica psichiatrica dell’ospedale di Chieti. I risultati sono attesi in autunno. Il protocollo è randomizzato e in doppio cieco: né i pazienti né i clinici sanno se venga somministrato il principio attivo oppure un placebo. “Lo studio compara una tecnica già efficace contro la depressione, la stimolazione magnetica transcranica, con la psilocibina. Bisogna vedere se la molecola funziona. Devono poi seguire i percorsi di autorizzazione. Questo primo trattamento apre nuove prospettive per approcci terapeutici innovativi nei disturbi dell’umore”, dice lo psichiatra.

Ayahuasca, DMT e depressione: i risultati più recenti

Tra gli ambiti di ricerca più esplorati c’è senza dubbio la depressione, ma non è l’unico. Gli psichedelici vengono studiati anche per stress post-traumatico, dipendenze e cure palliative. La nuova frontiera riguarda soprattutto la rapidità d’azione: alcune di queste sostanze sembrano produrre miglioramenti in tempi molto più brevi rispetto agli antidepressivi convenzionali. È un aspetto che, se confermato, potrebbe cambiare il modo in cui si affrontano i casi più difficili.

Uno degli studi più interessanti arriva dall’Imperial College di Londra ed è stato pubblicato su Nature. Il gruppo guidato da David Erritzoe ha analizzato il DMT, il principio attivo dell’ayahuasca, bevanda tradizionale associata ai rituali sciamanici. I 34 partecipanti sono stati divisi casualmente: alcuni hanno ricevuto una singola dose endovenosa di DMT, altri un placebo, sempre all’interno di un protocollo che prevedeva supporto psicologico prima e dopo la sessione.

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“In occidente ha una reputazione controversa tra spiritualità e misticismo ma finora non era entrata in un contesto medico moderno. Induce esperienze psicologiche forti che mettono in discussione il senso di sé” spiega il neuroscienziato Tommaso Barba, tra gli autori dello studio. Il dato più rilevante riguarda i primi quindici giorni: il DMT ha prodotto un miglioramento più marcato dei sintomi depressivi rispetto al placebo. Dopo questa prima fase, anche i partecipanti inizialmente assegnati al placebo hanno ricevuto il composto attivo.

I benefici, secondo i ricercatori, non si sono fermati all’effetto immediato. Le riduzioni dei sintomi depressivi sono rimaste visibili a tre mesi e, in alcuni casi, fino a sei mesi dalla somministrazione. Non sono emersi effetti collaterali gravi. Resta comunque prudenza: servono ulteriori studi, più ampi e meglio controllati, per capire se l’efficacia sia stabile nel tempo. Eppure un elemento colpisce più di altri: la rapidità. L’azione del DMT si manifesta in circa 30 minuti, molto meno della psilocibina. “Servono ulteriori studi per confermarne l’efficacia, anche nel tempo, ma l’azione rapida – 30 minuti, molto meno della psilocibina – rende il trattamento più gestibile in ambito clinico”, dice il neuroscienziato dell’Imperial College.

Esperienze spirituali, limiti della ricerca e nuove prospettive

Accanto al possibile impiego terapeutico, c’è un altro aspetto che rende gli psichedelici così discussi: la loro capacità di generare esperienze mistiche o profonde trasformazioni interiori. Uno studio della Johns Hopkins University e della New York University, avviato nel 2015, ha coinvolto circa trenta leader religiosi di fedi diverse. Ai partecipanti è stata somministrata psilocibina in contesti clinici controllati, con l’obiettivo di osservare l’effetto della sostanza sulla percezione spirituale.

I risultati, pubblicati nel 2024 sulla rivista Psychedelic Medicine, raccontano di esperienze intense e durature, spesso descritte come tra le più significative dell’intera vita spirituale dei partecipanti. Le ricadute positive hanno riguardato la preghiera, la vocazione e il rapporto con il sacro. Tuttavia, come ha osservato Michael Pollan in un articolo su The New Yorker, lo studio presenta diversi limiti: campione ridotto, assenza di placebo, possibili bias di aspettativa e un contesto culturale già orientato a interpretare l’esperienza in chiave spirituale. Il punto, allora, diventa più ampio: gli psichedelici possono davvero arricchire la dimensione religiosa oppure rischiano di introdurre elementi destabilizzanti in istituzioni che vivono di equilibrio e tradizione?

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A questo interrogativo si intreccia una lettura più critica del fenomeno. Andy Mitchell, neuropsicologo e terapeuta, osserva il Rinascimento psichedelico da una prospettiva meno entusiasta. Nel suo libro Dieci trip (Einaudi) racconta in prima persona la sperimentazione di dieci droghe in dieci contesti differenti, da un laboratorio medico di Londra allo scantinato di un amico, fino a un rituale nella foresta amazzonica. Il riferimento alla tradizione degli scienziati che hanno testato su sé stessi gli effetti delle sostanze è evidente, dal celebre viaggio in bicicletta di Albert Hofmann sotto LSD in poi.

Mitchell descrive anche un episodio emblematico: mentre, in veste di terapeuta, segue un monaco depresso, nota come la psilocibina somministrata secondo protocollo produca un effetto contenuto. Poco dopo, però, una dose molto più bassa assunta da lui stesso innesca una reazione emotiva inattesa, non davanti a un panorama grandioso, ma di fronte a un piccolo bidone dell’immondizia arrugginito nel parco di Yosemite, percepito come straordinariamente significativo. È un esempio perfetto dell’imprevedibilità di queste sostanze. Le reazioni variano, i contesti pesano, la sensibilità individuale cambia tutto. Ed è proprio per questo che, almeno per ora, resta difficile ridurre gli psichedelici a un semplice protocollo standard o a un bugiardino ben confezionato.

La ricerca, intanto, continua. E insieme agli studi clinici stanno nascendo anche percorsi formativi per terapeuti specializzati nelle terapie assistite con psichedelici. Il prossimo appuntamento è già fissato: dal 20 al 26 settembre 2026, a San Sebastiano da Po, in provincia di Torino, si terrà per la prima volta in Italia il Maps International Mdma-Assisted Therapy Training, programma con cui l’organizzazione statunitense Maps forma i professionisti sulla terapia assistita con MDMA. Un segnale chiaro: il campo è ancora agli inizi, ma il suo sviluppo sembra destinato a proseguire.