La ricerca suggerisce che non conta solo cosa diciamo, ma anche come lo diciamo. Velocità del parlato, pause e disfluenze potrebbero offrire indizi preziosi sul declino cognitivo precoce.

Il linguaggio potrebbe rivelare molto più di quanto immaginiamo sullo stato di salute del cervello. Alcuni segnali sottili, quasi impercettibili nella conversazione quotidiana, potrebbero anticipare il declino cognitivo e, in alcuni casi, aiutare a intercettare prima i possibili sintomi dell’Alzheimer. Non si tratta ancora di un test diagnostico definitivo, ma le evidenze raccolte negli ultimi anni stanno spostando sempre più l’attenzione dal contenuto delle parole al ritmo con cui vengono pronunciate.
Uno studio pubblicato nel 2023 dall’Università di Toronto ha infatti suggerito che, con l’avanzare dell’età, la velocità del parlato possa essere un indicatore più utile della semplice difficoltà nel trovare le parole. In altre parole: non sarebbe solo la “parola sulla punta della lingua” a contare, ma anche la fluidità generale dell’eloquio. «I nostri risultati indicano che i cambiamenti nella velocità generale del parlato potrebbero riflettere cambiamenti nel cervello», ha affermato il neuroscienziato cognitivo Jed Meltzer al momento della pubblicazione della ricerca. E ha aggiunto: «Questo suggerisce che la velocità del parlato dovrebbe essere testata come parte delle valutazioni cognitive standard per aiutare i medici a individuare più rapidamente il declino cognitivo e a supportare gli anziani nel mantenimento della salute cerebrale con l’avanzare dell’età».
Il ritmo del parlato come possibile spia del cervello
Secondo i ricercatori, il punto chiave non è soltanto la capacità di ricordare un termine, ma la struttura complessiva del linguaggio spontaneo. Quando una persona parla, il cervello mette in moto una serie di processi complessi: selezione delle parole, pianificazione della frase, recupero dei nomi, controllo della sintassi. Se uno di questi passaggi rallenta, il parlato può diventare meno fluido, più frammentato, più esitante. Ed è proprio lì che la scienza sta guardando con maggiore attenzione.
Lo studio di Toronto si inserisce nella cosiddetta “teoria della velocità di elaborazione”, secondo cui il declino cognitivo avrebbe origine in un rallentamento generale dei processi mentali, e non solo in un indebolimento della memoria. Gli autori hanno osservato che gli adulti più anziani risultano in media più lenti nello svolgere diversi compiti cognitivi, compresi quelli legati alla produzione verbale, come nominare immagini, rispondere a domande o leggere parole scritte. Questo tipo di rallentamento, quindi, potrebbe rappresentare un segnale precoce da non sottovalutare.
A rendere il quadro ancora più interessante è il fatto che il linguaggio quotidiano, quello naturale e spontaneo, sembra offrire informazioni difficili da cogliere nei test tradizionali. Se una persona impiega più tempo a costruire la frase, se interrompe spesso il discorso o se usa molte pause, il corpo sta forse inviando un messaggio prima ancora che compaiano sintomi più evidenti? È una domanda che la ricerca sta cercando di chiarire, ma la direzione appare promettente.

Lethologica, “parola sulla punta della lingua” e difficoltà di denominazione
Un altro elemento da considerare è la lethologica, cioè il fenomeno della “parola sulla punta della lingua”. Si tratta di un’esperienza comune a tutte le età: capita di avere la sensazione di conoscere bene un termine, senza riuscire a recuperarlo al momento giusto. Con il passare degli anni, però, questa difficoltà può diventare più frequente, soprattutto dopo i 60 anni. E non sempre si tratta di un semplice episodio isolato.
Per approfondire il fenomeno, i ricercatori hanno coinvolto 125 adulti sani, di età compresa tra i 18 e i 90 anni, chiedendo loro di descrivere una scena nei minimi dettagli. Successivamente, ai partecipanti sono state mostrate immagini di oggetti di uso quotidiano mentre ascoltavano un audio costruito per confermare o mettere alla prova le loro risposte. In alcuni casi, l’audio aiutava il richiamo; in altri, invece, lo rendeva più difficile.
L’esempio è semplice ma molto efficace: se compare l’immagine di una scopa, l’audio può pronunciare proprio la parola “scopa”, facilitando il recupero grazie alla rima e all’associazione immediata. In un altro caso, però, può comparire un termine collegato, come “mocio”, capace di creare una breve confusione e rallentare il richiamo. I risultati hanno mostrato un legame chiaro: più veloce era il parlato spontaneo nel primo compito, più rapida risultava anche la capacità di trovare le parole nel secondo.
Questo dato rafforza l’idea che il linguaggio non sia solo una finestra sulla memoria, ma anche uno specchio dei tempi di elaborazione del cervello. E quando il cervello elabora più lentamente, anche il linguaggio ne risente.
Le nuove ricerche: pause, AI e proteine associate all’Alzheimer
Negli ultimi anni, le ricerche si sono spinte ancora oltre. Alcuni algoritmi di intelligenza artificiale hanno analizzato i modelli vocali per prevedere una diagnosi di Alzheimer con una precisione del 78,5%. Altri studi hanno mostrato che i pazienti con una maggiore presenza di placche amiloidi nel cervello hanno una probabilità 1,2 volte più alta di presentare problemi di linguaggio. Le placche amiloidi, insieme agli aggregati di proteina tau, rappresentano uno dei tratti distintivi della malattia di Alzheimer.
Anche una ricerca del 2024 condotta dall’Università di Stanford ha contribuito a rafforzare questa prospettiva. Lo studio ha evidenziato che pause più lunghe e una velocità di eloquio più lenta erano associate a livelli più elevati di proteine tau aggrovigliate. I dati, ottenuti da registrazioni di neuroimmagine su 237 adulti cognitivamente sani, hanno mostrato che chi presentava livelli maggiori di tau tendeva anche ad avere più pause tra le frasi, oltre a una maggiore lentezza complessiva nel parlare.
Nel parlato naturale, gli anziani tendono inoltre a produrre più disfluenze, come pause vuote e piene, cioè “uh” e “um”, oltre a un ritmo generale più lento. In un articolo del 2024 per The Conversation, la ricercatrice sulla demenza Claire Lancaster ha sottolineato che lo studio di Toronto ha «aperto prospettive entusiasmanti… dimostrando che non è solo ciò che diciamo, ma anche la velocità con cui lo diciamo a poter rivelare cambiamenti cognitivi».
Il punto, dunque, è chiaro: il linguaggio potrebbe diventare uno strumento sempre più utile per intercettare segnali precoci di Alzheimer e declino cognitivo. Non sostituirà da solo gli esami clinici, ma potrebbe affiancarli in modo prezioso. Gli autori dello studio del 2023 lo riassumono così: «Questo suggerisce che i cambiamenti nel linguaggio riflettono lo sviluppo della patologia del morbo di Alzheimer anche in assenza di un evidente deterioramento cognitivo». E aggiungono: «Potrebbe essere particolarmente utile esaminare il linguaggio durante il richiamo differito di una storia in un compito di memoria».

